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Scoprendo la Turchia

10 ott

La Turchia è una terra figlia di millenni di contaminazioni tra popolazioni e culture differenti.

Lungo la costa anatolica dell’Egeo è facile imbattersi in rovine di templi ed antiche città greche, resti di epoca romana, pellegrini cristiani in visita all’ultima dimora della Vergine Maria e minareti che spuntano da ogni collina. Con una storia così, è inevitabile che la tolleranza e l’ospitalità siano di casa.

Siamo partiti da Smirne in direzione sudovest seguendo la costa. Giusto il tempo di uscire dalla periferia della città e ci si ritrova subito ad attraversare una terra che odora di macchia mediterranea su una modernissima strada a 4 corsie dal fondo liscio e levigati come il marmo. I km qui scorrono veloci, c’è poco da vedere e, anche qui, non ci facciamo mancare un breve passaggio in autostrada.

Le autostrade turche, non le avevamo ancora provate.

Dopo i primi 35 km si svolta verso nord per andare ad esplorare la penisola di Karaburun (naso nero). L’asfalto di marmo nero lascia il posto ad una strada secondaria stretta e tortuosa che dietro un continuo saliscendi nasconde scorci meravigliosi su baie di difficile accesso. Il traffico è molto contenuto: il turismo di massa non ha ancora scoperto questo piccolo paradiso e gli automobilisti qui vanno piano, sanno benissimo che dietro ogni curva può esserci un pastore con il suo gregge di pecore.

Ci fermiamo a riposare per un po’ a Balikliova: subito fuori dal villaggio è scoppiato un incendio importante e sta per lambire  la nostra strada. Tanto vale fermarsi, mangiare un boccone e guardare i canadair in azione.

In un paio d’ore è tutto di nuovo sotto controllo e possiamo ripartire. Il paesaggio è quello tipico della macchia mediterranea, è difficile dire se ci si trovi in Turchia, in Grecia o in Corsica, ma veniamo presto riportati alla realtà da un uomo che, nei pressi di un villaggio ci fa segno di fermarci dicendo che la strada è interrotta e non si può proseguire.

Bastano pochi minuti per capire che si tratta solo di una specie di imboscata: nel paese è in corso la distribuzione dei lokma e noi non possiamo dispensarci. I lokma sono deliziose frittelle affogate nello sciroppo che vengono distribuite a tutti i passanti  40 giorni dopo la dipartita di un familiare. In cambio delle frittelle tutti i passanti recitano una preghiera per l’anima del defunto. Il sogno di ogni cicloturista insomma: cibo gratis e full immersion nella cultura locale.

i deliziosi lokma

Nel pomeriggio si alza un forte vento dal nord e questo ci rallenta. Non è una sorpresa: tutte le pale eoliche attorno a noi dovevano pur servire a qualcosa, no?

Vento contrario che fa girare le pale

Arriviamo la sera sulla punta nord della penisola in una specie di campeggio proprio sulla spiaggia con chiringuito che funziona da reception.

All’indomani ci svegliamo di buon’ora, il mare è tanto calmo da sembrare dipinto e l’unico movimento sono le barche dei pescatori. Dopo il bagno facciamo colazione e ci mettiamo in sella prima che il caldo esploda. Il paesaggio è sempre uguale, curva dopo curva, baia dopo baia. Il mare, turchese. Facciamo scorta di acqua e lasciamo la strada principale per andare ad esplorare delle rovine di un villaggio greco abbandonato alla fine della guerra del ’20-’22. Suggestivo. La Grecia è lì, di fronte a noi, perfettamente visibile e raggiungibile senza troppa fatica.

Sullo sfondo, il villaggio abbandonato

Il vento del pomeriggio questa volta ci aiuta e veleggiamo verso sud. Ci fermiamo a bere il te in uno dei numerosissimi caffè lungo la strada e ci riposiamo, mentre i locali ci guardano con curiosità: siamo a pochi km da Smirne, ma l’aria cosmopolita della metropoli qui è lontana anni luce e noi, con i nostri pantaloncini in lycra, siamo degli strani individui.

Nonostante si segua sempre la costa, la strada è un continuo saliscendi alle volte anche molto impegnativo. Per fortuna il paesaggio ci ripaga della fatica, ma ancora di più ci ripagano gli alberi di fichi stracarichi di frutti da cui attingiamo senza scrupoli.

Un mare senza cielo

Uno scorcio come tanti altri

Al termine della giornata troviamo un posticino tranquillo a pochi metri dal mare dove piantiamo la tenda e ci riposiamo fino all’alba, quando ci risvegliamo circondati da un gregge di pecore affamato.

Aggrediti dalle pecore!

Il terzo giorno della nostra microavventura scorre via veloce senza aggiungere molto ai giorni precedenti.

Ritorniamo a Smirne con quel sorriso dipinto sulla faccia che i cicloturisti conoscono tanto bene: è la gioia di sapere di avere appena iniziato a scoprire questa terra meravigliosa e tanto tanto ospitale.

 

Note tecniche:

Distanza percorsa: 248 km

Altimetria complessiva: 3.133 m

Temperatura alle 10:00 del mattino: 32°

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Gli obiettivi raggiunti

9 ago

+ La meta era Lima, in Perù, ci siamo arrivati ieri pomeriggio, sotto un cielo di nuvole grigie, a bordo di un autobus superlusso a 4 assi di ruote, posto letto e connessione internet. Una di quelle cose mai vista in Italia.

– Ce lo immaginavamo diverso il nostro arrivo: in bicicletta, prima di tutto, in discesa per centinaia di km e sotto un sole bollente. Una tanto stupida quanto dolorosa otite ci ha tenuto a Cusco per oltre una settimana, prigionieri di un ostello sporco ed economico, in compagnia di un cuocografo  (cuoco e fotografo di cibo) 50enne Giapponese in fuga da 5 anni dalle rigidità della società niponica.

Tomoyuki, cuocografo dissidente

–  Tra gli obiettivi che ci eravamo prefissati c’erano i 5000 km da pedalare in tre mesi e mezzo. Nel frattempo però ci siamo resi conto che ci sono anche altre cose che ci piace fare oltre all’andare in bicicletta e le abbiamo fatte. Abbiamo chiuso il viaggio con 3.500 km pedalati. Molte salite.

+  Però visto che una grande cifra deve comunque risultare da questo viaggio, possiamo essere orgogliosi di tornarcene a casa con oltre 10.000 foto da selezionare con attenzione.

Un rastasauro.

+  Tra gli obiettivi raggiunti ci metto anche la conoscenza della lingua Quechua. Ho imparato a dire gatto, casa, sole, luna, pianura, città, puma, grazie, buon giorno, arrivederci, pietra: abbastanza da inserirlo tra le lingue nel mio prossimo curriculum.

Io

+ Un obiettivo era rimettermi un po’ in forma dopo tanti anni trascorsi incollato alla scrivania. Ho perso 15 kg, sono 3 mesi e mezzo che non fumo e non mi sono mai sentito meglio.

+  Uno degli obiettivi del viaggio e del blog in particolare era quello di fare innamorare qualcuno della lentezza del viaggio in bicicletta. Ieri ho ricevuto una mail da un ragazzo di vent’anni che vuole partire per un giro per l’Europa di qualche mese e che ha bisogno di qualche consiglio.

A conti fatti, mi sembra che gli obiettivi raggiunti siano più di quelli falliti, quindi va bene.

Domani pomeriggio finisce questa parte del gioco. Lima-Madrid-Istanbul-Smirne.

Ne inizierà un’altra.

Un ringraziamento alle nostre biciclette che ce l’hanno messa tutta per portarci fino alla fine.

Le nostre bici. Abraxas e Kis

Un ringraziamento a Pinar senza la quale non sarei probabilmente neppure partito.

Paolo e Pinar a Uyuni

Grazie a voi, per averci seguito.

Compagnia di dannati

Tra due giorni finirà l’inverno e inizierà bruscamente l’estate. Io mi prenderò un po’ di tempo per decidere cosa fare di questo blog.

il tesoro degli Inca

1 ago

Arriviamo a Cusco mentre la città è in preda ad un’euforia eccezionale e contagiosa: in qualunque piazza si canta, si suona e si balla. Il tempo stringe e se non dovessimo recuperare i biglietti per Machu Picchu non avremmo nessuna difficoltà a lasciarci trasportare dall’umore cittadino.

Ballerine in Piazza a Cusco

Ballerino

All’ufficio informazioni dell’antica capitale Inca ci spiegano che non ci sono strade che portino alla montagna sacra, ed esistono solo tre modi per arrivarci:

  1. A piedi, percorrendo l’Inca Trail, un meraviglioso trekking di 4 giorni, che occorre prenotare con mesi di anticipo, visto che il numero di accessi giornalieri è strettamente regolato e che questo può avvenire solamente attraverso un’agenzia autorizzata.
  2. In treno, utilizzando il comodissimo servizio di una delle tre compagnie: Peru Rail, Inca Rail e Machu Picchu Rail
  3. Improvvisando, nell’assoluto disinteresse di qualunque ufficio informazioni turistiche e contro tutte le agenzie di viaggi disperse per la valle sacra.

Dedichiamo un’intera giornata all’affare Machu Picchu: un’ora di coda per comprare i biglietti di ingresso (34€) e un’altra ora e mezzo per il biglietto del treno da Ollantaytambo (l’ultimo paese raggiunto dalla strada) fino a Aguas Caliente, ai piedi della montagna sacra. Riusciamo a trovare solamente i biglietti del treno di sola andata (38 €) e lasciamo il ritorno alla nostra improvvisazione.

Il piano è quindi il seguente: partiamo in bici da Cusco per fare il giro della Valle Sacra, visitando i luoghi più interessanti della storia degli Inca, poi in treno a Machu Picchu e ritorno in qualche modo a Cusco.

le montagne della Valle Sacra

La Valle Sacra è davvero incantevole, circondata da montagne innevate di oltre  6000 metri di altitudine, è ricchissima di acqua e il clima temperato ha permesso lo sviluppo di un’agricoltura fiorente nel corso dei secoli. Come al solito, la strada è tutta un saliscendi, ma per lo meno è asfaltata ed, essendo scesi un po’ di quota, le nostre gambe girano alla perfezione.

Accampati per la notte

Passiamo la notte accanto alla chiesa di Maras, una delle più antiche del Perù e al mattino siamo i primi a visitare le saline che, come quasi tutto da queste parti, si sviluppano su terrazze gigantesche. Lo spettacolo è impressionante: oltre 5000 vasche davanti ai nostri occhi che rappresentano qualunque possibile sfumatura tra il bianco e il marrone.

Le saline di Maras

Scendendo a valle

Dalle saline prendiamo una mulattiera che in poco più di un km ci porta nel cuore della valle e, seguendo il corso del fiume, a Ollantaytambo, una città Inca vivente, circondata da rovine di templi e fortezze costruiti semplicemente appoggiando pietra su pietra in una geometria perfetta.

Le rovine di Ollantaytambo

La porta del Sole

A Ollantaytambo iniziamo a vedere l’effetto Machu Picchu: i prezzi sono esorbitanti rispetto al resto del paese e, soprattutto, sono generalmente espressi in dollari, in modo che i commercianti possano poi lucrare nuovamente sul tasso di cambio.

Finalmente arriva il giorno della partenza: alla stazione di Ollantaytambo c’è una coda lunghissima, i controlli sono rigorosi. Per salire sul treno si deve esibire biglietto e passaporto. Non ci sono posti in piedi e il servizio è impeccabile, come su un volo di linea. Subito dopo l’imbarco ci servono uno snack e una bevanda per poi lasciarci godere il paesaggio anche attraverso il tetto panoramico. Prima dell’arrivo, uno steward vestito da esploratore tenta di vendere magliette e gadget per il centenario della scoperta del Machu Picchu.

Vendita di gadget sul treno a Machu Picchu

Dopo un’ora e mezzo arriviamo ad Aguas Clientes. Contrariamente a quanto suggerisca il nome, qui non ci sono sorgenti termali calde, o meglio, non più. Sono state sacrificate in nome del turismo di massa, per la costruzione di alberghi di qualità quanto mai scadente e di ristoranti in cui il concetto di fidelizzazione dei clienti non è di interesse per nessuno.

All’indomani la sveglia suona alle 5: vogliamo vedere l’alba dalle rovine, ma a quanto pare non siamo gli unici ad avere la stessa idea. Le strade di Aguas Calientes sono piene di turisti in coda per prendere l’autobus (11€) che porta a Machu Picchu: alle 7 finalmente riusciamo ad accedere al sito turistico più famoso del Sud America che ci lascia davvero a bocca aperta, non solo per come è stato costruito,             quanto per l’inaccessibilità del luogo e per l’assoluta armonia della costruzione con l’ambiente circostante.

La classica cartolina

Le linee morbide del Tempio del Sole

Dettaglio

Ritorniamo ad Aguas Calientes poco prima di mezzogiorno e da qui inizia la vera avventura: tornare a Ollantaytambo dove abbiamo lasciato le biciclette. Si comincia con una passeggiata di due ore lungo i binari, attraverso una meravigliosa e suggestiva jungla fino ad arrivare alla centrale idroelettrica, da qui prendiamo un furgoncino minuscolo ma con 18 posti guidato da un privato che ha fiutato l’affare e che in sole 5 ore e per una cifra esorbitante ci riporta all’albergo.

tornando alle biciclette

Meraviglie della Jungla

A freddo quello che maggiormente ci è rimasto impresso del Machu Picchu è il business che vi ruota intorno, soprattutto ad opera di multinazionali straniere, in una regione in cui ancora molti rimangono esclusi dalla modernità e dai suoi benefici.

Non tutti beneficiano della ricchezza portata dal Machu Picchu

Di fronte alla domanda su come sia arrivato a scoprire le rovine del Machu Picchu, Hiram Bingham nel suo libro “La città perduta degli Inca” racconta di come tutto sia scaturito dalla ricerca dell’ultima capitale degli Inca e del suo tesoro nascosto. Bingham dice di non essere riuscito a trovare alcun tesoro, se non dei reperti storici di valore inestimabile. A distanza di 100 anni si può mettere in dubbio quest’ultima affermazione.

Dall’altra parte delle Ande

16 giu

“Dicono che il Paso de Sico sia la frontiera più incantevole e stupefacente di tutta l’Argentina” dice  Marcos, il portiere di turno dell’ostello El Andaluz di Salta “ma forse in bicicletta è troppo dura, anche per voi.”

Io e Pinar ci lanciamo uno sguardo di intesa mentre Leo e Matt, due cicloviaggiatori che condividono la strada da qualche migliaio di chilometri a questa parte, continuano ad osservare attentamente la cartina spiegata. Loro puntano direttamente alla Bolivia, verso nord, non sembrano essere interessati al deserto di Atacama e alle lagune che si trovano subito dopo il confine tra Argentina e Cile.

Leo e Matt all'ostello El Andaluz

Le parole di Marcos mi sono ritornate in mente più e più volte durante gli ultimi giorni. Effettivamente gli  oltre 500 km che dividono Salta da San Pedro de Atacama ci hanno messo a dura prova, niente a che vedere con la precedente traversata della cordigliera.

Il nostro Paso de Sico è durato dieci giorni. Dieci giorni di vento contrario, spesso talmente forte da costringerci a ripararci nelle poche fermate dell’autobus incontrate per la via o a scendere e spingere la bicicletta, non solo in salita, ma anche in pianura.

Alla fermata dell'autobus

Un vento forte e che non ci ha dato tregua di giorno quando ci gettava in faccia polvere e sabbia, né di notte quando sembrava che la nostra tenda fosse a punto di squarciarsi o esplodere.

Controvento

Durante quei dieci giorni abbiamo visto il termometro salire fino a 30° e scendere fino ad almeno -10° all’interno della nostra tenda (scrivo almeno -10°, perché il nostro termometro non va oltre i -10°). Per la cronaca, -10° significa ricordarsi di mettere una bottiglia d’acqua sotto il sacco a pelo prima di addormentarsi, in modo da avere qualcosa da bere al risveglio; significa aspettare che la tenda e i sacchi a pelo si scongelino prima di arrotolarli e metterli via.

Raggio rotto

L'immancabile raggio rotto

In quei dieci giorni abbiamo dovuto razionare cibo e acqua,  ben sapendo che alla frontiera con il Cile qualunque cibo fresco sarebbe stato confiscato e distrutto. Per evitare di trasportare peso inutile abbiamo imparato a mangiare tre volte al giorno cibi in scatola o disidratati, abbiamo fatto colazione con la polenta e con la zuppa di verdura.

Il passo più alto

Il nostro Paso de Sico ha significato pedalare oltre 200 km al di sopra dei 4000 metri di altitudine e a 4.000 metri ti senti il cuore che ti esplode in gola anche solo quando cerchi di uscire dal sacco a pelo. Pedalare a 4.000 metri di altitudine vuol dire fare tappe da 25 km al giorno e soffocarsi con le foglie di coca che non riescono a risolvere il problema della costante mancanza di ossigeno.

Non credo si possa descrivere cosa abbiamo provato in quei 10 giorni.

In mezzo al nulla

Anche noi presto ce ne dimenticheremo, ma ci rimarranno moltissimi ricordi  e altrettante foto di luoghi e situazioni incantevoli.

Santa Rosa de Tastil

Cimitero Andino

Una fredda giornata a San Antonio de los Cobres

Llamas

Al confine col Cile

Paesaggio andino

Vigogna

Salar di Aguas Calientes

Laguna Miscanti

Note tecniche:
Distanza percorsa fino a questo momento: 2.347 km
Altimetria totale: 21.816 m

Mappa: http://www.bikemap.net/route/1046579

Catamarca: Miniere e Forature

25 mag

Lasciamo Chilecito con un certo piacere: dormire in un letto vero non ha fatto altro che causarci uno sgradevole mal di schiena, in più la città è immersa in una campagna elettorale all’ultimo sangue per l’elezione del governatore della provincia. Qui si combatte in modo assordante a colpi di slogan ripetutti a tutto volume dalle auto che passano per la plaza principale, anche i muri sono infestati di murales che invitano al voto per questo o quel candidato.

Una ford del 1973 quasi perfetta

Iniziamo a pagare adesso la scelta di una settimana fa di seguire il vento verso nord, invece che portarci verso la città de La Rioja: da Chilecito inizia una salita che sembra non finire mai e che ci porta a costeggiare la Sierra de Famatina, una catena montuosa di incantevole bellezza che si staglia alla nostra sinistra per centinaia di km. La Sierra di Famatina è al centro di una controversia politica molto aspra: hanno scoperto che è stracolma di oro e i politici locali si sono impegnati a cederne i diritti per l’estrazione. In questa zona i murales di propaganda elettorale hanno lasciato il posto a scritte inequivocabili “El Famatina no se toca” e “Agua para la vida, no para las minas”[1]. La popolazione locale è ovviamente sul piede di guerra: una miniera d’oro significa denaro, ma anche fiumi avvelenati e distruzione del patrimonio naturale.

Vista del Famatina

La salita continua e ci spinge ad oltre 2.200 m di altitudine e poi ad una discesa morbida che ci apre ad un panorama surreale: guardando verso destra la distesa di sterpi e arbusti è tanto omogenea e sconfinata che sembra di trovarsi sulla riva di un mare verde da cui si stagliano dei picchi solitari, come quelle isole che spesso si avvistano dalle rive del nostro Mediterraneo.

Mare di cactus

Arriviamo a Tinogasta in cerca di un posto dove trascorrere la notte e subito riceviamo ospitalità da parte della sezione locale dell’Automobil Club Argentino che ci permette di piantare la tenda dietro la stazione di servizio in centro. Siamo sempre più vicini al confine settentrionale dell’Argentina e siamo impazienti di solcare nuovamente le Ande per tornare in Cile.

Un assaggio delle Ande

Un passante a cui chiediamo informazioni sulla via ci tiene a presentarsi con dovizia di particolari: Hugo Orquera, 36 anni di vita in miniera. Hugo ha le mani che sembrano dei picconi, ma il viso sorridente. A proposito del Famatina ci spiega che ci sono due modi di estrarre l’oro da una miniera: in modo tradizionale, utilizzando molto capitale umano, oppure in modo moderno utilizzando sostanza chimiche dannose per l’ambiente, come il cianuro e tanta, tanta acqua. Il primo metodo è ovviamente economicamente meno conveniente del secondo.

Per metter alla prova gambe, testa ed equipaggiamento vogliamo prendere una scorciatoia verso la città di Belén: invece di aggirare la Sierra de Fiambala  sfruttando la comoda e noiosa Ruta 40, decidiamo di attraversarla utilizzando una vecchia mulattiera in disuso: la Cuesta de Zapata. 71 km di sassi, sabbia, polvere e rupi e un’altitudine massima di 1.880 metri.

La cuesta de Zapata, una via non molto trafficata.

La Cuesta de Zapata è più dura di quanto avessimo pensato e passiamo la notte campeggiando nel letto di un fiume ormai secco da diversi anni e per scaldarci accendiamo un piccolo fuoco. Fuori dalla tenda fa freddo, ma la nostra pasta e ceci non vale una cena nel migliore ristorante del mondo.

La Cuesta de Zapata

Ormai spossati arriviamo nella città di Belén, una delle più antiche urbanizzazioni della regione che deve la propria fortuna all’attività mineraria. Da sempre la presenza di metalli è la croce e delizia della Catamarca:  prima gli Inca e poi gli Spagnoli si stabilirono nella regione del nord ovest Argentino e questo portò in ogni caso morte, distruzione e ricchezza.

Come spesso accade anche qui la scelta è tra denaro e conservazione dela natura.

Note tecniche:

Distanza percorsa fino a questo momento: 1.420 km

Altimetria totale: 13.057 m

Totale ore in sella: 98

Forature: 8


[1] “Il Famatina non si tocca” e “Acqua per la vita, non per le miniere”