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Firenze all’attacco sulla tutela dei ciclisti

28 Nov

Se l’annuncio fosse arrivato con qualche giorno di anticipo, sarebbe potuto passare per il tentativo da parte del sindaco di Firenze di attirare, in occasione delle primarie del centrosinistra, i voti e le preferenze di quelle migliaia di ciclisti che dallo scorso febbraio hanno concretamente partecipato alla campagna/movimento #salvaiciclisti.

Invece, a giochi ormai pressoché fatti, ieri il consigliere comunale della città di Firenze, Giampiero Maria Gallo ha annunciato l’imminente lancio di una campagna di comunicazione volta a sensibilizzare la cittadinanza a prestare attenzione agli utenti leggeri della strada. La campagna si concretizzerà in una serie di cartelloni che saranno affissi lungo i viali del capoluogo toscano utilizzando lo slogan “Certe catene non vanno spezzate”.

Nelle parole dello stesso Gallo: “L’obiettivo è quello di sensibilizzare sempre di più le persone a fare attenzione ai ciclisti. Fare attenzione significa guidare rispettando i limiti di velocità, stare concentrati nella guida senza distrarsi con telefonini o quant’altro. E’ facile che un imprevisto si possa tradurre in tragedia. Attenzione quindi a non guidare in stato di ebbrezza o avendo preso sostanze stupefacenti”.

La città di Firenze, in questo modo, recepisce il nono punto della campagna “Caro Sindaco” di #salvaiciclisti che chiede al sindaco di “Promuovere una campagna di comunicazione per sensibilizzare tutti gli utenti della strada sulle tematiche della sicurezza”.

L’iniziativa della città di Firenze arriva subito dopo le iniziative delle città di Milano, Cremona, Torino e Taranto che, dallo scorso aprile, utilizzano i tabelloni a messaggio variabile di informazioni sul traffico per sensibilizzare gli automobilisti al rispetto nei confronti di chi si muove in bici.

A breve si aspetta anche l’intervento della Regione Emilia Romagna che ha recentemente pubblicato un bando di gara per la realizzazione di una campagna di comunicazione dal titolo “IN DIFESA DEI PEDONI E DEI CICLISTI SULLE STRADE” e per cui è stato allocato un budget di 99 mila euro.

Insomma, piano piano qualcosa anche in Italia sta andando nelle giusta direzione. Chissà che a breve non smetteremo di invidiare gli inglesi per l’impegno dei loro amministratori a favore della mobilità ciclistica.

 

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50 km/h? No grazie

10 Ago

Di seguito ho il piacere di riportarvi un eccellente post scritto da Alfredo Drufuca, ingegnere dei trasporti, riguardante la conflittualità insanabile tra il ciclista e l’automobilista.

Probabilmente è una delle cose più sensate che abbia letto negli ultimi mesi.

Le polemiche sulla indisciplina dei ciclisti, assieme a quella sull’uso obbligatorio del casco, si accendono sistematicamente ogniqualvolta si cerca di porre con una qualche maggiore decisione la questione della loro sicurezza.

Al di là degli argomenti di volta in volta utilizzati, mi pare si possa in tale ricorrenza riconoscere l’esistenza di una effettiva, irriducibile conflittualità di fondo tra ciclisti ed automobilisti e viceversa. Il viceversa è necessario in quanto non c’è simmetria di rapporto, ed i due conflitti si nutrono di cause ben differenti.

L’essenza del conflitto tra primi e secondi è perfettamente rappresentata da Marc Augé nel suo libro “Elogio della Bicicletta”, in un memorabile dialogo tra un vigile urbano ed il lui narrante che ha compiuto una infrazione -lo svoltare a destra con il semaforo rosso- che ogni ciclista sente come assolutamente priva di controindicazioni e perciò lecita in senso se non formale certamente sostanziale.

E’ solo un esempio di come il ciclista sia soggetto a regole di circolazione in larghissima misura pensate per i mezzi motorizzati (basti pensare ai sensi unici); e di come, d’altra parte, molte regole ed assetti siano addirittura in contrasto con le stesse esigenze della circolazione sicura dei ciclisti, come è facile accorgersi affrontando una rotatoria, una svolta a sinistra, una corsia di decelerazione…

E’ in tal senso estremamente significativa la proposta, attualmente in esame in alcuni paesi, di rendere legale quello che Marc Augé riteneva appunto lecito; o più semplicemente la realizzazione delle cosiddette ‘case avanzate’ per la bicicletta ai semafori, manco a dirlo nel nostro paese del tutto ignorate.

Per quanto invece riguarda il conflitto tra i secondi ed i primi, credo che questo possa essere riassunto nel disordine intrinseco nel moto del ciclista, dagli effetti tanto più disorientanti ed ansiogeni quanto maggiore è il numero di ciclisti sulla strada.

L’automobilista riconosce nei suoi simili comportamenti per lui normalmente ben prevedibili e quindi facilmente controllabili, governati come sono da regole scritte per (da) loro stessi nonchè dall’omologazione cinematica e dalle conseguenti leggi inerziali che, con le masse e le velocità in gioco, costituiscono un fattore intrinseco di ordine.

Il ciclista invece non esprime quest’ordine: la sua traiettoria è meno rettilinea; il fatto che sia costretto a percorrere corridoi zeppi di insidie (un automobilista può stare lontano dalle auto in sosta che aprono portiere, non affronta le buche ed i tombini che si accumulano lungo i margini delle strade) gli impone improvvisi scarti; le sue velocità sono basse il che gli impedisce di “negoziare” le manovre necessarie ad esempio per svoltare a sinistra o percorrere una rotatoria; la sua visibilità è minore …

Si tratta in definitiva di fatti assolutamente oggettivi, rispetto ai quali è del tutto inutile imbastire polemiche ma che richiedono di prendere una semplicissima decisione: se cioè la bicicletta debba o non debba essere considerata un modo di trasporto fondamentale per la mobilità del futuro.

E se la risposta, come credo fermamente, è affermativa, bisogna allora sì lavorare sulle cause della conflittualità per eliminarle ma, prima di tutto, sull’elemento che ne amplifica enormemente gli effetti, cioè sulla differenza tra le velocità tra mezzi motorizzati e non; il che significa abbassare la velocità dei primi non potendosi ovviamente imporre l’aumento di quella dei secondi.

Il limite urbano di velocità a 50 km/h è stato un errore storico colossale, dalle conseguenze devastanti ed ancora tutte da misurare; il problema della circolazione dei ciclisti ne è solo un piccolo ma significativo esempio. Abbassarlo è, come appare sempre più evidente, la madre di tutte le battaglie per la città sostenibile.

Una Questione di Metodo

19 Mar

Abbiamo indetto una bicifestazione per il 28 Aprile a Roma in contemporanea con Londra. Vogliamo dimostrare che #salvaiciclisti non è un fenomeno digitale, ma un movimento fatto di persone in carne ed ossa che non vogliono diventare il prossimo nome nascosto tra le righe di un minuscolo articoletto nella cronaca di un giornale locale.

Nonostante in molti spingessero per organizzare quella che in gergo ciclistico si chiama Critical Mass (un gigantesco serpentone di biciclette che occupano le strade della città generando traffico), alla fine abbiamo deciso di seguire il protocollo e abbiamo comunicato alla questura di Roma la nostra volontà di riunirci a mangiare un panino tutti insieme ai Fori Imperiali, esattamente come prevede l’art. 17 della Costituzione, che recita:

“I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi. Per le riunioni, anche in luogo aperto al pubblico, non è richiesto preavviso. Delle riunioni in luogo pubblico deve essere dato preavviso alle autorità, che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica.”

La storia è nota: la prima volta i nostri sono stati rimbalzati dalla questura dicendo che non era possibile fare manifestazioni a bordo di veicoli in quanto espressamente vietato dal Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza.

Due giorni fa alcuni di noi sono tornati all’attacco accompagnati da un legale e all’improvviso il divieto di indire manifestazioni a bordo di veicoli sembrava sparito, ma i questurini questa volta li hanno rimbalzati dicendo che serviva un preventivo assenso del comune.

Nonostante le pretese della questura siano al di fuori di qualunque legalità, i nostri sono andati in Comune e hanno depositato la richiesta protocollata col numero RA/17577.

Ora, #salvaiciclisti è un movimento che può contare sul supporto di decine di migliaia di persone, tra loro ci sono anche deputati e senatori, giudici, sindaci, presidenti di provincia: gente influente insomma che con una telefonata potrebbe sicuramente sbloccare la situazione.

Quello che non  capisco è perché mai dovremmo chiedere l’intercessione di un potente affinché ci venga riconosciuto un diritto sancito dalla Costituzione.

L’Italia negli ultimi decenni ci ha abituato al peggio. La nostra storia recente ci ha fatto capire che senza la spintarella non arrivi da nessuna parte, che se non conosci nessuno non ce la farai mai, che se non chiedi favori nessuno sarà mai disposto a riconoscerti quanto ti spetta e che per quanto tu sia sporco e invischiato, se conosci le persone giuste non ti devi preoccupare perché tanto ne uscirai a testa alta.

#salvaiciclisti è una battaglia di civiltà e questa Italia è l’antitesi della civiltà.

Se vogliamo che le regole vengano rispettate, dobbiamo essere i primi a rispettarle.

Noi abbiamo rispettato il protocollo.

Preghiamo le forze dell’ordine di prendere atto perché a Roma il 28 Aprile saremo tantissimi