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Sulle orme del ‘Che’

12 Lug

“Ma perché hai girato?”

“Quando allo zingaro gli gira, gira”

È una delle frasi storiche di Amici Miei di Monicelli e che meglio di qualunque altra possono spiegare il motivo per cui in questo momento ci troviamo a Santa Cruz de la Sierra, una ricca metropoli circondata dalla jungla nella parte orientale della Bolivia.

Il piano originario era di attraversare il paese seguendo una traiettoria sud-nord, da Potosi al Lago Titicaca senza troppe deviazioni: più o meno quello che fanno tutti i turisti che visitano la Bolivia.

Attraversamento

È che dopo qualche settimana trascorsa al freddo e con diverse scocciature causate dall’altitudine, abbiamo incontrato diversi ciclisti provenienti in direzione contraria che ci avvertivano: pedalare la strada da Potosi a La Paz non vale assolutamente la pena. Nel frattempo, sempre più persone ci parlavano di una zona del paese, ricchissima di acqua, dove la temperatura media è di 26°, la vegetazione è rigogliosa e le montagne sono verdi. Abbiamo modificato il piano iniziale, ma che importa?

Traffico nell'ora di punta

In cambio abbiamo conosciuto la città di Sucre e la fiera di Tarabuco che probabilmente non è cambiata negli ultimi 500 anni e abbiamo diviso giorni di viaggio con  Yves e Katja, una coppia di ciclisti canadesi di oltre 50 anni, partiti 9 mesi prima dal Messico e con un sacco di storie da raccontare.

volti dal mercato di Tarabuco

Katja, Pinar, Yves

Lungo la strada abbiamo scoperto come si trebbia il grano e come si cattura un maialino.

La trebbiatura fatta all'antica.

A guardare la nostra mappa, la strada che porta a Santa Cruz doveva essere una specie di sogno proibito di ogni ciclista: dagli oltre 4.000 metri di altitudine di Potosi si arriva ai 425 metri di Santa Cruz. Quello che la nostra mappa non mostra sono le infinite cordigliere che bisogna attraversare per arrivare a destinazione e soprattutto le condizioni della strada, capace di allentare qualunque vite delle nostre biciclette.

Dalle parti di Nuevo Mundo

Sulla strada verso Vallegrande abbiamo accettato un passaggio dall’unico camion passato di lì negli ultimi tre giorni: contadini che trasportavano patate e che cercavano qualcuno con cui condividere le spese di viaggio. Ci hanno lasciato al termine di una salita di 30 km, all’incrocio con la mulattiera che porta a La Higuera, il luogo dove nel 1967 morì Ernesto Che Guevara. I contadini con cui abbiamo viaggiato, pur essendo della zona, non sapevano esattamente chi fosse il Che.

La Higuera è un paesino minuscolo, circondato da una foresta rigogliosissima e con un’economia che si basa principalmente sulla commemorazione del Che e dei suoi 37 compagni caduti nel tentativo di rivoluzione. Nell’unica pensione del paesino dotata di acqua calda facciamo la conoscenza di Michael, una guida turistica di origine tedesco-argentina. Trascorriamo una bella serata con lui e con la sua unica cliente a parlare della probabile depressione del Che nel periodo precedente la sua cattura e dei suoi errori militari.

Il centro di La Higuera

Tra un bicchiere di vino e l’atro Michael ci confessa che a breve riceverà un gruppo di ciclisti norvegesi che gli hanno chiesto un tour esclusivo e per cui lui non si sente pronto: ci rivolge mille domande sul territorio e su cosa possa servire ai ciclisti. Chiudiamo la serata con un patto: all’indomani carichiamo le nostre biciclette e bagagli sul tetto della sua jeep che ci porterà fino a Samaipata dopo aver visitato i luoghi clou della Ruta del Che, in cambio noi gli paghiamo la benzina e lo aiutiamo a progettare il tour per i suoi clienti.

La lavanderia dell'ospedale di Vallegrande nel 1967

La lavanderia di Vallegrande oggi

Arriviamo a Samaipata dopo una giornata intera trascorsa a sentir parlare di guerriglia e tentativi di rivoluzione. In alcuni momenti l’emozione è decisamente forte.

A La Higuera

Samaipata è il luogo ideale per fermarsi, riposare un po’ e dedicarsi alla manutenzione delle biciclette che sembra non abbiano apprezzato particolarmente gli ultimi giorni. Da qui perlomeno ricomincia l’asfalto e la strada è davvero tutta discesa fino Santa Cruz.

Il mercato di Samaipata

La provincia di Santa Cruz è decisamente diversa dal resto della Bolivia.

Ci fermiamo a pernottare in una fattoria biologica gestita da una famiglia di giovani hippie che offrono alloggio ad alcuni ragazzi alle prese con le prime esperienze psichedeliche.

Cris, il suo machete e il generatore di corrente a pedali

Domani si riparte, in autobus, verso il Lago Titicaca.

Note tecniche:
Distanza percorsa fino a questo momento: 2.933 km
Altimetria totale: 30.111 mt

Mappa: http://www.bikemap.net/route/1108355#lat=-18.54963&lng=-64.23127&zoom=8&type=2

Bolivia: la Pachamama e i minatori di Potosi

29 Giu

Potosi nel 1650 con i suoi 120.000 abitanti era la città più popolosa del mondo.

Potosi è la città più alta del mondo, 4.065 metri, è aggrappata con le unghie e coi denti al dorso di una montagna, il Cerro Rico.

Potosì è anche la città che maggiormente ha portato ricchezza nel mondo: in quasi 500 anni ha estratto oltre 46.000 tonnellate di argento dalle proprie miniere. In Spagnolo è ancora in un uso l’espressione Vale un Potosi per indicare qualcosa di grande valore.

La chiesa di San Benito, Potosi

Potosi e il Cerro Rico

Potosi sta al colonialismo come Auschwitz sta al nazismo. Si calcola che fino al momento dell’indipendenza boliviana qui oltre 8 milioni di indigeni persero la vita a causa delle condizioni di lavoro.

Oggi Potosi è una città affascinante, con un’architettura che ancora parla del ricco passato, ma anche del presente economicamente molto difficile.

La facciata nascosta di Potosi

Venditrice ambulante

Le 182 imprese minerarie presenti in città lavoro ad oltre 19.000 persone, soprattutto indios di lingua Quechua che ancora conservano tradizioni e costumi antichissimi. Tra questi, il culto della Pachamama, la divinità precolombiana che rappresenta la Madre Terra.

Poiché l’attività mineraria si svolge integralmente all’interno delle viscere della terra, la devozione da parte dei minatori nei confronti della Pachamama è massima. In occasione del solstizio, i minatori compiono offerte e sacrifici propiziatori alla Madre Terra e ai demoni che albergano nella miniera.

Il rituale prevede la condivisione con la divinità e coi demoni di tabacco, foglie di coca, alcool e sigarette e termina con il sacrificio di alcuni lama di fronte all’ingresso della miniera allo scopo di placarne la sete di sangue.

A Potosi non si parla molto del genocidio compiuto dagli spagnoli con la spada con la croce.

Qui si parla solo di miniere, di argento, di zinco e del Cerro Rico che in Quechua si chiama Sumaj Orcko, montagna sacra.

Forse è meglio così.

Il villagio dei minatori

Tabacco, foglie di coca, alcool