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Uomini, mezzi uomini, ominicchi, pigliainc*lo e quaquaraqua

11 Set

«Io» proseguì don Mariano «ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà… Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini… E invece no, scende ancora più in giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi… E ancora di più: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre… […]»

Quasto estratto de “il giorno della civetta” di Leonardo Sciascia costituisce a mio avviso la chiave per interpretare la taratura di tutti coloro che si occupano di politica nel nostro paese. Non è questione di sinistra o di destra e neppure di età anagrafica. È solo e semplicemente una questione di palle: c’è chi ce le ha e chi no.

Per capire meglio cosa intendo, forse vale la pena fare un esempio:

Roma, fino a poco tempo fa, era una delle poche grandi città italiane ad essere sprovviste del Piano Quadro della Ciclabilità (PQC) ovvero di quel documento che ha il compito di indicare in che modo la città affronterà il tema della mobilità in bicicletta nel corso degli anni a venire.

Il PQC del Comune di Roma fu scritto e concepito nell’ormai lontano 2006, quando Walter Veltroni (DS/PD) era primo cittadino della capitale, ma rimase in attesa di essere discusso e approvato per 6 lunghi anni durante i quali il comune (proprio a causa della mancanza del PQC) si mise al riparo da denunce e sanzioni per la mancanza di interventi a favore della mobilità ciclabile.

Poi, nel 2012, arriva  il movimento #salvaiciclisti che chiede con forza l’adesione formale del sindaco, Gianni Alemanno, al manifesto della campagna . Bastano pochi giorni di pressione affinché il primo cittadino ceda e pubblichi un video in cui chiede all’assemblea capitolina di approvare il PQC e dichiara il proprio appoggio alla campagna del Times (ignorando l’equivalente italiana).

Dopo la pubblicazione del video, tutto tace per diverse settimane, ma per il 28 aprile è in programma la bicifestazione di #salvaiciclisti proprio a Roma e, con un tempismo straordinario, l’assemblea capitolina approva il PQC il 24 aprile. Il Sindaco non perde occasione di commentarlo promettendo la bellezza di mille km di piste ciclabili entro il 2020.

Dal 28 aprile ad oggi, il silenzio assoluto. Il PQC è stato approvato ma nessuno l’ha visto né sa cosa contenga perché non è stato pubblicato da nessuna parte e non si sa come verrà finanziato.

Esasperati e stanchi di aspettare, i ciclisti romani ieri sono usciti allo scoperto esponendo uno striscione che denunciava la scomparsa del PQC a Trinità dei Monti e in Campidoglio. Il risultato non si è fatto attendere: oggi sul sito del Comune di Roma è comparso come per incanto il tanto invocato Piano Quadro della Ciclabilità.

Chi avrà la voglia di andarselo a leggere scoprirà che i mille km di piste ciclabili annunciati si sono improvvisamente ridotti a 62,49 km che serviranno a congiungere tra loro le aree verdi della capitale, in modo che tutti coloro che vogliono farsi una passeggiata in bicicletta la domenica non debbano confrontarsi con il traffico motorizzato. Per quelli che, invece, con la bici ci vanno al lavoro, beh, insomma, che vadano in auto!

Ma al di là del contenuto del provvedimento (vecchio di 6 anni), quello che colpisce della vicenda è la modalità con cui il Piano Quadro della Ciclabilità ha visto la luce: per approvarlo si è resa necessaria una manifestazione di portata nazionale e per vederne la pubblicazione c’è voluta una carnevalata di denuncia che finisse sui principali quotidiani. Se possiamo trarne una morale: mai dare per scontato che il sindaco della capitale e i suoi assessori compiano il proprio lavoro di spontanea iniziativa. Lo sputtanamento deve essere lì, in agguato, dietro l’angolo.

Ecco ritornando a Sciascia, dovendo definire il Sindaco Alemanno e l’Assessore Visconti, in quale categoria li possiamo inserire? Uomini, mezzi uomini, ominicchi, pigliainculo (con rispetto parlando, si intende) o quaquaraqua? Io un’idea ce l’ho.

Di fronte a politici di tale levatura che onorano la nostra amata penisola, non posso che fare ammenda e chiedere scusa a Pierfrancesco Maran, assessore alla mobilità di Milano, che in un post precedente ho attaccato con eccessiva veemenza (lo ammetto) per una piccolezza. Con il ripristino dell’Area C, con la sperimentazione delle zone 30 nella cerchia dei Navigli da far rispettare non a colpi di autovelox ma ridisegnando le strade della città e, non ultimo, sostenendo pubblicamente la petizione #30elode, Maran ha dimostrato una coerenza fuori dal comune per questo paese. Ha dimostrato soprattutto di avere genuinamente a cuore le sorti della propria città.

E di questi tempi, non è poco.

#30eLode è una cagata pazzesca

6 Set

Per chi ancora non lo sapesse, #30eLode è il nome della petizione che chiede al Parlamento italiano di inserire il limite di 30 km/h all’interno di tutte le aree residenziali d’Italia ad eccezione delle arterie di scorrimento, cioè nient’altro che il recepimento anche in Italia della raccomandazione del Parlamento Europeo del 27 settembre 2011.

A tre giorni dalla campagna, sono stati in molti a criticare questa proposta dicendo che “se nessuno rispetta il limite di 50 km/h, figuriamoci il limite di 30 km/h”. Chi solleva queste obiezioni ha pienamente ragione: sarebbe da ingenui pensare che un cartello in più sia in grado di modificare la realtà delle nostre strade, ma sarebbe ancora più da ingenui pensare che standosene con le mani in mano rimbrottando perché sulla strada si cade come mosche senza chiedere alla politica di fare quello che deve fare (recepire una raccomandazione del Parlamento Europeo) la situazione possa cambiare.

Una volta introdotto il limite di 30 km/h, gli amministratori locali saranno liberi di scegliere se piantare un cartello in terra e confidare nella ragionevolezza dei propri concittadini, oppure di mitigare il traffico introducendo misure di traffic calming, ovvero rotatorie, chicane obbligate, restringimenti di carreggiata che costringerebbero chi guida ad andare necessariamente piano all’interno dei centri abitati (ad eccezione delle arterie di scorrimento).

Noi italiani siamo talmente abituati a pensare male di chi ha il compito di amministrare le nostre città che neppure ci viene in mente che le cose possano essere fatte e nel modo migliore. È il caso del quartiere Mirafiori Nord di Torino e anche del Comune di Milano, dove l’assessore alla mobilità,Pierfrancesco Maran ha annunciato di voler convertire in zone 30 l’area interna alla cerchia dei Navigli, non con un cartello, ma intervenendo direttamente sulla forma e struttura delle strade interessate semplicemente spostando verso il centro della carreggiata i parcheggi per le auto, ricavando in questo modo anche delle sicure piste ciclabili.

Volendolo spiegare per immagini, con il limite di 30 km/h, le strade delle nostre città, se la petizione verrà accolta, rischiano di cambiare più o meno in questo modo (ad eccezione delle arterie di scorrimento).

Non male, vero?

Un’ulteriore obiezione che viene presentata alla petizione è che sarebbe solo un modo per i comuni di “fare cassa” sulla pelle degli automobilisti. Ma anche qui ci si sbaglia perché per la legge italiana gli autovelox fissi possono essere utilizzati solamente sulle strade di scorrimento, ovvero proprio quelli per cui la petizione chiede l’eccezione ai 30 km/h.

A tutti coloro che, invece, ritengono che trasformare una strada “normale” in una “zona 30” costi una fortuna, voglio mostrare l’esempio di quanto realizzato a Reggio Emilia con quattro spicci.

Avere Zone 30 in tutta Italia comporterà molti benefici per tutti e pochissimi svantaggi, salverebbe molte vite umane ed eviterebbe tante scocciature. Firma anche tu al link: www.change.org/30eLode

 

Post tratto già pubblicato sul mio blog sul Fatto Quotidiano con un titolo un po’ più elegante

Quando la colpa è di chi muore

31 Ago

Lo diceva Fabrizio De André in uno dei suoi capolavori “La cattiva strada”. Sembra una battuta, ma è la costatazione del livello del dibattito che in questi giorni riguarda la gestione della mobilità in Italia: la colpa è di chi muore.

E quindi, dopo la proposta di indecente di Quattroruote di voler imporre per legge il casco obbligatorio per i ciclisti (così dopo che li hanno investiti, una volta a contatto con l’asfalto, forse sopravvivono anche), ecco che arriva la proposta dell’Assessore alla Mobilità del Comune di Milano, Pierfrancesco Maran, di dotare di chicane gli attraversamenti pedonali più pericolosi della città.

Il motivo del provvedimento, lo specifica lo stesso Maran: «La sicurezza dei pedoni, e in generale delle cosiddette utenze fragili, per noi è una priorità assoluta e stiamo facendo tutto il possibile per ridurre il numero e la gravità degli incidenti».

Ma specifichiamo, non si tratta di chicane per rallentare le automobili che, viaggiando a velocità troppo elevata, corrono il rischio di non accorgersi neppure della presenza di pedoni che attraversano sulle strisce, ma sistemi per rallentare i pedoni stessi che, in questo modo, saranno costretti a fermarsi prima di attraversare la strada.

Quindi la logica è: se i pedoni ci lasciano la pelle (nel 35% dei casi proprio sulle strisce) è perché si lanciano con troppa veemenza sulle strisce pedonali senza essersi accertati precedentemente se stanno transitando automobili (poveri stupidi).

Eppure il codice della strada (art. 141, comma 4)  parla chiaro: “Il conducente deve, altresì, ridurre la velocità e, occorrendo, anche fermarsi […] in prossimità degli attraversamenti pedonali e, in ogni caso, quando i pedoni che si trovino sul percorso tardino a scansarsi o diano segni di incertezza […]”. In violazione, è prevista un’ammenda che va da 39 a 159 euro.

Ecco che, invece di chiedere il rispetto delle regole, in modo da colmare quella discrepanza tra codice della strada scritto e quello realmente applicato, si preferisce chiudere ancora una volta un occhio e continuare a tollerare le cattive abitudini rendendo ancora più difficile la vita di chi è indifeso.

Con questo provvedimento l’assessore Maran ripropone un modello di gestione della cosa pubblica che potremmo definire “forte coi deboli e debole coi forti”e che invece di perseguire il meglio per la propria città che si vanta di essere un modello per le altre amministrazioni italiane, cerca di mettere toppe qua e là assecondando le cattive abitudini dei propri cittadini.

Mi si potrà rispondere che, in fondo, si tratta solamente di qualche attraversamento pedonale, che non è il caso di indignarsi per così poco, ma davvero se c’è una dote che non riesco ad apprezzare in un politico è la pavidità. Maran con questo provvedimento sta dimostrando di avere paura di migliorare la propria città e di essere rimasto fermo ad un concetto di consenso tipico dei politici di professione del ‘novecento (e da cui  l’Italia sta faticosamente cercando di liberarsi). Maran ha 31 anni, è abbastanza giovane da potersi permettere degli errori dettati dall’eccesso di coraggio, quello che non si può permettere, però, è di commettere errori dettati dalla paura di cambiare.

Un gattopardo di 31 anni è davvero troppo per far finta di niente.

A proposito dell’attraversamento pedonale in via Beatrice d’Este, c’è una proposta sensata che si trova in rete: perché invece di una chicane per i pedoni non provvedere a creare un attraversamento pedonale a raso con il marciapiede? Fungerebbe da dosso per rallentare le automobili e renderebbe la vita più facile, non solo ai pedoni, ma anche ai disabili con carrozzina e alle mamme con passeggino che, allo stato attuale, sono solamente dei bersagli mobili della viabilità milanese e con la chicane, sarebbero addirittura impossibilitati ad attraversare.

#salvaiciclisti: Milano e Firenze

25 Mar

È passato un mese dal lancio della seconda fase della campagna #salvaiciclisti.

Il 23 febbraio, abbiamo pubblicato una lettera indirizzata ai sindaci delle principali città italiane con cui abbiamo chiesto loro di impegnarsi per promuovere la sicurezza dei ciclisti all’interno delle proprie città, e in particolare:

  1. Garantire l’applicazione a livello locale degli 8 punti del Manifesto del Times per le aree di competenza comunale,
  2. Formulare le opportune strategie per incrementare almeno del 5% annuo gli spostamenti urbani in bicicletta nei giorni feriali,
  3. Contrastare il fenomeno del parcheggio selvaggio (sulle strisce pedonali, in doppia fila, in prossimità di curve ed incroci, sulle piste ciclabili),
  4. Far rispettare i limiti di velocità stabiliti per legge e istituire da subito delle “Zone 30″ e “zone residenziali” nelle aree con alta concentrazione di pedoni e ciclisti,
  5. Realizzare, qualora mancante, un Piano Quadro sulla Ciclabilità o Bici Plan,
  6. Monitorare e ridisegnare i tratti più pericolosi della città per la viabilità ciclistica di comune accordo con le associazioni locali,
  7. Redigere annualmente un documento pubblico sullo stato dell’arte nel proprio comune di competenza della viabilità ciclabile indicando i risultati dell’anno appena trascorso e gli obiettivi futuri,
  8. Dotare ogni strada di nuova costruzione o sottoposta ad interventi straordinari di manutenzione straordinari con un percorso ciclabile che garantisca il pieno comfort del ciclista,
  9. Promuovere una campagna di comunicazione per sensibilizzare tutti gli utenti della strada sulle tematiche della sicurezza,
  10. Dare il buon esempio recandosi al lavoro in bicicletta per infondere fiducia nei cittadini e per monitorare personalmente lo stato della ciclabilità nella propria città

Immediatamente hanno aderito all’iniziativa il Sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, seguito a ruota da Matteo Renzi, Sindaco di Firenze, quindi Bologna, Roma, Torino, Napoli, Reggio Emilia, Ferrara ed altre città ancora.

La domanda che occorre porsi a questo punto è: i Sindaci hanno aderito, e poi cosa hanno fatto?

I diversi atteggiamenti possono essere riassunti dai due estremi: Milano e Firenze. 

Il Comune di Milano si è già attivato: dopo aver pubblicato un e-book di dubbia qualità destinato alla formazione dei ciclisti sulle buone pratiche di comportamento sulla strada, il Sindaco meneghino ha annunciato che le contravvenzioni per sosta vietata sulle piste ciclabili a Milano sono aumentate del 613% nell’ultimo semestre, ha promesso di raddoppiare le “zone 30” entro il 2013, di portare a 300 km l’estensione della rete di piste ciclabili entro il 2016 e di arrivare all’istallazione di un totale di 200 stazioni di bike sharing entro l’anno e di 10000 biciclette in condivisione entro la fine del mandato. L’assessore alla mobilità Maran in particolare si è dimostrato particolarmente disponibile: dopo un primo incontro con la delegazione di #salvaiciclisti, ha partecipato al traffic camp, una conferenza di comuni cittadini che hanno evidenziato di fronte al giovane assessore problematiche e soluzioni relative alla viabilità nella grande città lombarda. Inoltre domani partirà una prima campagna di sensibilizzazione degli automobilisti sui temi del rispetto per gli utenti leggeri del traffico utilizzando i pannelli stradali del comune generalmente dedicati alle condizioni  della viabilità.

 L’atteggiamento del primo cittadino di Firenze, invece, può essere annoverato tra le adesioni di facciata: dopo una prima adesione convinta non si sono registrate più notizie di Matteo Renzi, nonostante le tre pagine dedicate da Repubblica a pochi giorni dall’adesione per evidenziare le difficoltà di chi decide di utilizzare la bici nel capoluogo toscano. A nulla è valso neppure ricordare quando Renzi in occasione delle ultime elezioni promise 10 km all’anno di piste ciclabili. Il Sindaco rottamatore è arrivato a metà mandato, ma invece di 25 km, ne ha realizzati solamente 7.


Matteo Renzi è noto nel panorama politico italiano soprattutto per i suoi attacchi alla politica dei vecchi parrucconi, ai furbetti, a tutti coloro che vendono sogni ma che alla prova dei fatti mancano del coraggio necessario per cambiare le cose.

Con il caso #salvaiciclisti, Matteo Renzi sta dimostrando di non essere diverso dalle cariatidi che cerca di rottamare. Non resta che augurarsi che voglia smentirci presto.

 

Per chi volesse scrivergli, l’email di Renzi è sindaco@comune.fi.it, su twitter è @matteorenzi.