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Mobilità sostenibile e Mobilità Nuova: questione di leadership

20 Gen

Ci sono persone che la vita ti mette continuamente di fronte, qualunque cosa tu faccia, ovunque tu vada. Barbara è una di queste. L’altro giorno parlavo con lei di politiche della mobilità, argomento su cui lei è impegnata da molti anni e la pregavo di iniziare a sostituire il concetto di “mobilità sostenibile” con quello di “Mobilità Nuova”.

Mi rendo conto che ai più possa sembrare una questione di lana caprina, ma non lo è.

Noi umani abbiamo il grande dono di dare un nome alle cose e chi vi dà il nome conserva una sorta di potere sulla cosa nominata: quando nel 2002 l’amministrazione Bush attaccò l’Afghanistan, ma invece di definire l’operazione come “aggressione ad un paese sovrano” chiamò l’operazione militare “guerra al terrorismo” allo scopo di dettare le regole del gioco e legittimare un’operazione ai limiti del diritto internazionale. Allo stesso modo, quando in Italia esplose lo scandalo dei festini ad Arcore, invece di dire che il presidente del consiglio amava circondarsi di puttane, zoccole, troie, mignotte, battone, donne di malaffare o, semplicemente, di prostitute, si iniziò a parlare delle “escort” che ruotavano attorno alla vita di Silvio Berlusconi: un’espressione edulcorata che in qualche modo sfumava di fronte all’opinione pubblica l’immagine dei presunti festini (e si dice “festini”, non “orge”).

Scegliere un’espressione piuttosto che un’altra non è solo una questione di essere al passo coi tempi e di dare l’impressione di competenza quando si apre bocca: indubbiamente e-book è più cool di “libro elettronico”, ma qui non si tratta di essere di tendenza, ma piuttosto, di crearla la tendenza.

La parola sostenibilità, spesso accompagnata dall’aggettivo “ambientale”, è un calderone che ha col tempo permesso di sdoganare qualunque cazzata che potrebbe anche solo sembrare amica dell’ambiente: sostenibili sono quindi le penne in mater-bi che sono compostabili (e le vecchie stilografiche ricaricabili allora?), i mobili usa e getta in cartone riciclato (che hanno sostituito le vecchie sedie riutilizzabili negli eventi di tendenza), le lampadine ecologiche che consumano meno ma contengono il mercurio.

Seguendo la stessa logica ecco che anche le automobili diventano “sostenibili”: sostenibile è quindi tutta la gamma FIAT perché (producendo solo motori di piccola cilindrata) è il marchio con le minori emissioni, sostenibile è la BMW perché ha sviluppato un modello di gigantesco SUV ibrido e che quindi inquina meno di un SUV a benzina, sostenibile è l’auto elettrica perché non ha emissioni (a condizione che sia alimentata da energia rinnovabile) e poco importa se la produzione e lo smaltimento delle batterie siano un problema di tutto rilievo da un punto di vista ambientale. Paradossalmente però sostenibile è anche la vecchia automobile euro 0 perché non cambiandola rinunci a consumare ulteriori risorse preziose per il pianeta, ancora di più se magari ne compensi le emissioni generate piantando qualche albero, esattamente come sostenibili sono il treno, la metropolitana, la bicicletta e il motorino.

Per intenderci, nel 2012 il governo ha inserito all’interno del Decreto Sviluppo una misura di sostegno alla mobilità sostenibile, mettendo sul piatto 140 milioni di euro di incentivi a tutti coloro che vorranno rottamare la propria auto (magari perfettamente funzionante) per comprarne una nuova a metano, gpl, ibrida o elettrica. Tutto questo mentre il finanziamento al trasporto pendolare su rotaia (che interessa 3 milioni di persone in Italia) è sempre più soggetto a tagli.

Ecco che inseguendo il mito della mobilità sostenibile, l’Italia è diventata il paese in Europa con il più alto tasso di motorizzazione (dopo il Lussemburgo) e le nostre città sono tra le più congestionate, al punto che la velocità media in città si aggira attorno ai 15 km/h, esattamente come nel ‘700.

Il dubbio quindi è che la mobilità debba essere sostenibile, non per l’ambiente o per i cittadini, ma soltanto per le solite aziende particolarmente vicine a chi siede nei palazzi del potere e gestisce le politiche della mobilità.

Ecco quindi il tema centrale di tutto: la leadership.

Fino a questo momento le politiche della mobilità nel nostro paese hanno avuto l’obiettivo di far coincidere la domanda con l’offerta: in catena di montaggio ci sono n automobili che devono essere vendute ogni anno e il governo deve trovare il giusto cavallo di troia per immetterle nel mercato (tipo quando fu smantellata la linea tramviaria di Roma per fare spazio alle automobili). Questo trend deve necessariamente essere invertito e le politiche della mobilità devono avere l’obiettivo primario di far coincidere l’offerta con la domanda e non viceversa: se i cittadini hanno bisogno di muoversi in città nel minor tempo possibile, gli amministratori hanno il dovere di trovare gli strumenti che consentano loro di farlo.

Se fino a questo momento la leadership è stata nelle mani degli operatori economici che hanno piazzato i propri prodotti ad un mercato di potenziali consumatori imponendo dei bisogni alle volte inesistenti, adesso la leadership deve passare nelle mani dei cittadini che decidono autonomamente di cosa hanno bisogno e cosa è superfluo per loro: gli amministratori avranno il compito di soddisfare queste richieste.

È per questo motivo che ritengo che il termine “mobilità sostenibile” debba essere abbandonato a favore del concetto di “mobilità nuova”. Se al centro della mobilità sostenibile viene messo il ritrovato tecnologico più avanzato da un punto di vista dei consumi e della gestione energetica, al centro della mobilità nuova deve essere messo il cittadino e i suoi bisogni: se 50 cittadini devono andare da A a B nello stesso momento, non servono 50 auto elettriche, ma un solo autobus che sia comodo, veloce, puntuale e pulito. Se questo poi sia alimentato a benzina, a carbone o a celle solari è di importanza secondaria.

Nella mobilità nuova il cittadino non è più semplicemente un consumatore di prodotti e servizi, ma diventa un portatore del diritto alla mobilità in nome del quale viene modificata la città.

“Mobilità nuova” è un concetto che è stato coniato a Reggio Emilia lo scorso ottobre in occasione degli Stati Generali della ciclabilità e della mobilità nuova, un momento in cui i cittadini si sono riuniti con gli amministratori locali per gettare le basi di uno sviluppo futuro del concetto di mobilità all’interno delle città proprio ripartendo dalle loro comuni esigenze. Il risultato è stato il Libro Rosso della Ciclabilità e della Mobilità Nuova.

 Utilizzare il termine Mobilità Nuova significa fornire legittimità al processo iniziato a Reggio Emilia e permettere che questo si possa sviluppare ulteriormente. Utilizzare il termine Mobilità Nuova significa immaginare città percorse in lungo e largo da reti di servizi pubblici, biciclette, taxi, automobili in condivisione e parcheggi di scambio all’ingresso di città organizzate secondo il concetto di massima efficienza.

A sinistra, mobilità sostenibile.
A destra, mobilità nuova.

La Mobilità Nuova non è un’utopia, ma una serie di obiettivi realizzabili anche nel breve periodo come dimostra l’esempio di Città del Messico che in soli due anni è stata trasformata da capitale mondiale del traffico in un piccolo paradiso per i pendolari, di Curitiba, metropoli brasiliana che oggi dispone di uno dei sistemi di trasporto pubblico migliori al mondo o Bogotá dove modificando le abitudini alla mobilità dei cittadini si è riusciti anche a rinnovare lo spirito civico delle persone.

Tutto quello che serve è una leadership forte e un progetto concreto.

Dare il nome  giusto a un pensiero è il primo passo per renderlo reale.

Sul concetto di Leadership: click

Peccato Italia!

31 Gen

Sono già diverse settimane che in rete si trova una notizia che non si riesce a prendere sul serio, tanta la sua assurdità: sto parlando di una delle ultime direttive dell’INAIL, con cui si stabilisce che l’infortunio in itinere occorso al lavoratore che si reca al lavoro utilizzando la propria bicicletta non può essere riconosciuto come tale. Ovvero, immaginiamo che il signor Rossi, pendolare ecologista, una mattina arrivi alla stazione di Milano Cadorna e, una volta sceso dal treno, prenda una bicicletta dalla postazione di bike sharing antistante l’uscita dalla stazione per recarsi al lavoro in Foro Bonaparte.

Si sa, le vie di Milano sono piene di insidie e proprio quella mattina, malauguratamente, il Signor rossi finisce con la ruota anteriore dentro i binari del tram, cade e sbatte fortemente il muso per terra. Portato in ospedale e fatti gli accertamenti del caso, l’INAIL (Istituto Nazionale Infortuni sul Lavoro) stabilirà che l’infortunio del Sig. Rossi non è indennizzabile perché questo ha deciso di recarsi al lavoro utilizzando la propria bicicletta a proprio rischio e pericolo, invece di andarci a piedi o con un mezzo pubblico.

Si, perché se il Sig. Rossi fosse andato a piedi e gli fosse caduta in testa una fioriera, allora l’INAIL non avrebbe battuto ciglio e gli avrebbe riconosciuto lo status di infortunio in itinere (ovvero di infortunio sul lavoro). Quindi in Italia, dice l’INAIL, chi vuole andare al lavoro in bicicletta ed avere una qualche copertura assicurativa, deve utilizzare esclusivamente piste ciclabili interdette al traffico veicolare (cioè quelle separate fisicamente e non solo con una linea gialla).

Come spesso accade, per renderci conto degli anacronismi del nostro paese basta buttare un occhio verso nord e scoprire un mondo diverso.

una bellissima illustrazione di aydan çelik

In Francia , il Ministro dei Trasporti Hierry Mariani ha lanciato la proposta di offrire un incentivo economico per chi si reca al lavoro in bicicletta.

In Germania è in corso dal 2005 il programma Mit dem Fahrrad zur Arbeit, un concorso a premi organizzato dalla federazione ciclisti tedeschi e da una delle principali assicurazioni sanitarie per incentivare i lavoratori ad andare al lavoro in bicicletta.

Nel Regno Unito invece è in funzione il progetto CycleScheme, che consiste in una triangolazione tra Ministero dei Trasporti, datori di lavoro e lavoratori per far rientrare la bicicletta tra i benefit aziendali (invece dell’auto aziendale, la bici aziendale!) per chiunque ne faccia richiesta.

In Irlanda il governo si è posto l’obiettivo di raggiungere la soglia dei 150.000 pendolari in bicicletta con un programma analogo a quello Inglese.

Insomma, laddove in Europa si cerca in ogni modo di promuovere i comportamenti virtuosi ed eco responsabili, in Italia si cerca invece di disincentivarli e anzi di punire chi sceglie delle soluzioni di mobilità che siano favorevoli alla società, all’ambiente e anche alla salute. Il segnale è chiaro: se vuoi la sicurezza, barricati dietro le lamiere corazzate di un SUV. Ancora una volta, peccato.

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