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Bolivia: la Pachamama e i minatori di Potosi

29 Giu

Potosi nel 1650 con i suoi 120.000 abitanti era la città più popolosa del mondo.

Potosi è la città più alta del mondo, 4.065 metri, è aggrappata con le unghie e coi denti al dorso di una montagna, il Cerro Rico.

Potosì è anche la città che maggiormente ha portato ricchezza nel mondo: in quasi 500 anni ha estratto oltre 46.000 tonnellate di argento dalle proprie miniere. In Spagnolo è ancora in un uso l’espressione Vale un Potosi per indicare qualcosa di grande valore.

La chiesa di San Benito, Potosi

Potosi e il Cerro Rico

Potosi sta al colonialismo come Auschwitz sta al nazismo. Si calcola che fino al momento dell’indipendenza boliviana qui oltre 8 milioni di indigeni persero la vita a causa delle condizioni di lavoro.

Oggi Potosi è una città affascinante, con un’architettura che ancora parla del ricco passato, ma anche del presente economicamente molto difficile.

La facciata nascosta di Potosi

Venditrice ambulante

Le 182 imprese minerarie presenti in città lavoro ad oltre 19.000 persone, soprattutto indios di lingua Quechua che ancora conservano tradizioni e costumi antichissimi. Tra questi, il culto della Pachamama, la divinità precolombiana che rappresenta la Madre Terra.

Poiché l’attività mineraria si svolge integralmente all’interno delle viscere della terra, la devozione da parte dei minatori nei confronti della Pachamama è massima. In occasione del solstizio, i minatori compiono offerte e sacrifici propiziatori alla Madre Terra e ai demoni che albergano nella miniera.

Il rituale prevede la condivisione con la divinità e coi demoni di tabacco, foglie di coca, alcool e sigarette e termina con il sacrificio di alcuni lama di fronte all’ingresso della miniera allo scopo di placarne la sete di sangue.

A Potosi non si parla molto del genocidio compiuto dagli spagnoli con la spada con la croce.

Qui si parla solo di miniere, di argento, di zinco e del Cerro Rico che in Quechua si chiama Sumaj Orcko, montagna sacra.

Forse è meglio così.

Il villagio dei minatori

Tabacco, foglie di coca, alcool

Catamarca: Miniere e Forature

25 Mag

Lasciamo Chilecito con un certo piacere: dormire in un letto vero non ha fatto altro che causarci uno sgradevole mal di schiena, in più la città è immersa in una campagna elettorale all’ultimo sangue per l’elezione del governatore della provincia. Qui si combatte in modo assordante a colpi di slogan ripetutti a tutto volume dalle auto che passano per la plaza principale, anche i muri sono infestati di murales che invitano al voto per questo o quel candidato.

Una ford del 1973 quasi perfetta

Iniziamo a pagare adesso la scelta di una settimana fa di seguire il vento verso nord, invece che portarci verso la città de La Rioja: da Chilecito inizia una salita che sembra non finire mai e che ci porta a costeggiare la Sierra de Famatina, una catena montuosa di incantevole bellezza che si staglia alla nostra sinistra per centinaia di km. La Sierra di Famatina è al centro di una controversia politica molto aspra: hanno scoperto che è stracolma di oro e i politici locali si sono impegnati a cederne i diritti per l’estrazione. In questa zona i murales di propaganda elettorale hanno lasciato il posto a scritte inequivocabili “El Famatina no se toca” e “Agua para la vida, no para las minas”[1]. La popolazione locale è ovviamente sul piede di guerra: una miniera d’oro significa denaro, ma anche fiumi avvelenati e distruzione del patrimonio naturale.

Vista del Famatina

La salita continua e ci spinge ad oltre 2.200 m di altitudine e poi ad una discesa morbida che ci apre ad un panorama surreale: guardando verso destra la distesa di sterpi e arbusti è tanto omogenea e sconfinata che sembra di trovarsi sulla riva di un mare verde da cui si stagliano dei picchi solitari, come quelle isole che spesso si avvistano dalle rive del nostro Mediterraneo.

Mare di cactus

Arriviamo a Tinogasta in cerca di un posto dove trascorrere la notte e subito riceviamo ospitalità da parte della sezione locale dell’Automobil Club Argentino che ci permette di piantare la tenda dietro la stazione di servizio in centro. Siamo sempre più vicini al confine settentrionale dell’Argentina e siamo impazienti di solcare nuovamente le Ande per tornare in Cile.

Un assaggio delle Ande

Un passante a cui chiediamo informazioni sulla via ci tiene a presentarsi con dovizia di particolari: Hugo Orquera, 36 anni di vita in miniera. Hugo ha le mani che sembrano dei picconi, ma il viso sorridente. A proposito del Famatina ci spiega che ci sono due modi di estrarre l’oro da una miniera: in modo tradizionale, utilizzando molto capitale umano, oppure in modo moderno utilizzando sostanza chimiche dannose per l’ambiente, come il cianuro e tanta, tanta acqua. Il primo metodo è ovviamente economicamente meno conveniente del secondo.

Per metter alla prova gambe, testa ed equipaggiamento vogliamo prendere una scorciatoia verso la città di Belén: invece di aggirare la Sierra de Fiambala  sfruttando la comoda e noiosa Ruta 40, decidiamo di attraversarla utilizzando una vecchia mulattiera in disuso: la Cuesta de Zapata. 71 km di sassi, sabbia, polvere e rupi e un’altitudine massima di 1.880 metri.

La cuesta de Zapata, una via non molto trafficata.

La Cuesta de Zapata è più dura di quanto avessimo pensato e passiamo la notte campeggiando nel letto di un fiume ormai secco da diversi anni e per scaldarci accendiamo un piccolo fuoco. Fuori dalla tenda fa freddo, ma la nostra pasta e ceci non vale una cena nel migliore ristorante del mondo.

La Cuesta de Zapata

Ormai spossati arriviamo nella città di Belén, una delle più antiche urbanizzazioni della regione che deve la propria fortuna all’attività mineraria. Da sempre la presenza di metalli è la croce e delizia della Catamarca:  prima gli Inca e poi gli Spagnoli si stabilirono nella regione del nord ovest Argentino e questo portò in ogni caso morte, distruzione e ricchezza.

Come spesso accade anche qui la scelta è tra denaro e conservazione dela natura.

Note tecniche:

Distanza percorsa fino a questo momento: 1.420 km

Altimetria totale: 13.057 m

Totale ore in sella: 98

Forature: 8


[1] “Il Famatina non si tocca” e “Acqua per la vita, non per le miniere”