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Il costo del GV (Grande Viaggio)

26 Nov

Quando, ormai 8 mesi orsono abbiamo lasciato il lavoro per lanciarci alla scoperta del Sud America in bicicletta, la maggior parte dei nostri colleghi ha avuto una reazione estremamente simile e quasi tutti ci hanno chiesto se avessimo vinto alla lotteria o comunque: “ma dove avete trovato tutti quei soldi?”.

Il punto è che la maggior parte delle persone quando pensa al viaggio si immagina qualcosa di estremamente vicino ad una vacanza: quindi, pernottamenti in albergo, sveglia verso mezzogiorno, giornate in spiaggia con l’ombrellone e il lettino a noleggio o a visitare città d’arte con biglietti d’ingresso per musei e monumenti, aperitivo allo struscio, cena al ristorante o in pizzeria, serata fuori a colpi di gintonic. E poi l’auto a noleggio, la benzina, i souvenir per te, per la zia, per la mamma, per la suocera…

Viaggiare è un’altra cosa ed è per questo che costa poco, perché richiede disciplina, pazienza, autocontrollo e impegno. Tutti i giorni.

Ma quanto poco?

La risposta è “dipende”.

Per quanto il viaggiare in bicicletta consente di abbattere a zero o quasi il costo del viaggio in se, bisogna dire che esistono moti modi di viaggiare in bicicletta e che generalmente il risparmio è direttamente proporzionale al peso che ci si porta a spasso.

L’elemento di maggiore impatto per il bilancio di un viaggiatore è il pernottamento: dormire in un albergo, in tenda in un campeggio o in un pascolo al riparo da occhi indiscreti permette di portare pressoché a zero il costo per il pernottamento. Dormire in un campo non attrezzato richiede però un adeguato equipaggiamento quale una tenda, un materassino, un sacco a pelo resistente al gelo ma, soprattutto, una discreta capacità di adattamento. Per le città in cui generalmente non è possibile piantare la tenda a propria discrezione, ci si può rivolgere al circuito dei Couchsurfer o dei Warmshowers.

Il cibo è il secondo elemento di costo che maggiormente incide sul budget di un viaggiatore: il modo migliore per ridurre i costi è quindi evitare trattorie, ristoranti e bar per privilegiare soprattutto la cucina da campo. Un fornello a gas o a benzina e delle pentolini sono l’ideale per cucinare quanto si sarà comprato al mercato o direttamente dai contadini per la strada.

Il terzo elemento di costo sono gli extra: l’escursione guidata alle miniere di kriptonite, l’ingresso al museo della forfora, la degustazione del vino tipico saudita o il corso di ippica azteca sono tutte spese “evitabili” ma che in molti casi possono diventare l’essenza stessa del viaggio.

In generale però, quanto detto dipende soprattutto dal luogo in cui si svolge il GV: l’Islanda ad esempio è talmente costosa che trascorrere una o più notti in ostello può essere un vero salasso; viceversa la Bolivia è così economica che si possono trovare camere di albergo a 2,50 € a notte.

Per avere un’idea del budget necessario si può far riferimento al sito di Lonely Planet che offre delle stime approssimative da dividere per 2 o anche per 4. Orientativamente, il costo mensile può andare dai 200 €/mese per il SudEst Asiatico fino ai 1’000 €/mese per l’Islanda (a testa, ipotesi di pernottamento in tenda, cucina da campo e riduzione al minimo degli extra).

A questo si aggiunga poi che il cicloviaggiatore è capace di destare estrema simpatia nei confronti di chi lo incontra: una volta in sella, vi capiterà sempre più spesso di essere fermato dai locali che vi invitano a bere un caffè, a condividere un pasto o a dormire da loro.

Piuttosto, un costo che spesso non viene menzionato nella fase di pianificazione del viaggio è il costo del reinserimento nel mercato del lavoro: i mesi successivi al grande viaggio vanno inclusi quindi all’interno del budget necessario per partire.

Questo esclusivamente per quanto riguarda il fattore costi. Attraverso un’opportuna pianificazione e un po’ di inventiva è anche possibile finanziare le proprie avventure durante il viaggio o far pagare la propria avventura a uno o più sponsor. Ma al modo per racimolare denari per viaggiare dedicheremo un apposito post in futuro.

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L’Islanda: fuoco e ghiaccio, bicicletta e fotografia

12 Mar

È agosto, iniziano a cadere le prime gocce di pioggia e la temperatura è di poco superiore ai 15°. “Siete fortunati, quest’anno fa particolarmente caldo e piove meno del solito!” Queste sono le prime parole che ci hanno rivolto due steward dell’aeroporto di Keflavik mentre togliamo le nostre bici dai cartoni subito dopo l’atterraggio.

Basta poco perché la strada asfaltata si trasformi in una distesa di ghiaia nera finissima e compatta che si inerpica fin sopra le montagne aguzze che si stagliano innanzi a noi, mentre la pioggia aumenta e il vento dal mare inizia a darci delle sferzate tanto forti da fare fatica a rimanere in sella. Ecco l’Islanda che ci eravamo immaginati alla nostra partenza, quella che temevamo più di ogni altra cosa. Per fortuna bastano pochi giorni per capire che qui non si può lottare contro le intemperie: nell’arco di una giornata si attraversano più e più volte tutte le stagioni dell’anno e per godersi la giornata, basta attendere che arrivi la stagione giusta.

La celebre Laguna Blu è la nostra prima destinazione: una sorgente di acqua termale di colore celeste che interrompe bruscamente il paesaggio di lava e licheni. Qui si può accedere a trattamenti termali di ogni tipo, ma il piacere supremo è cospargersi il corpo di fango e poi sguazzare per un pomeriggio intero tra le acque sulfuree ad una temperatura di 37°. D’un tratto, tutta la pioggia presa è solo un ricordo.

Il tempo è clemente con noi e dopo un paio di giorni in sella
intravediamo da lontano le eruzioni del geyser più famoso del mondo. L’aria è pervasa da un pungente odore di zolfo e noi ci fermiamo ad ammirare questa meraviglia che, come una balena sotterranea, sputa colonne di acqua e vapore che arrivano fino a oltre 50 m di altezza.

Da Geysir parte una specie di mulattiera lunga 270 km che taglia l’isola da nord a sud separando due ghiacciai che sembrano non finire mai, in un ambiente completamente disabitato e tanto inospitale da consentire il passaggio solo ai fuoristrada e solo per pochi mesi all’anno. Sembra di attraversare il Regno di Mordor del Signore degli Anelli, ma invece di incontrare orchi e cavalieri oscuri, di tanto in tanto ci capita di incrociare altri ciclisti con cui scambiamo impressioni per informarci sulla disponibilità di acqua e rifornimenti e sulle condizioni della strada che ci attende.

Non appena ricomincia la strada asfaltata ci sembra di volare e in un attimo siamo ad Akureyri, che, con i suoi 17.500 abitanti, è la città più grande dell’Islanda settentrionale. Dopo giorni di cucina da campo, ci concediamo una cena in un ristorantino gremito di turisti particolarmente rinomato per la sua offerta di piatti tipici. Evitiamo con cura il piatto forte che sembra essere la bistecca di balena e rimaniamo più che soddisfatti dell’agnello e insalata che ordiniamo.

Da Akureyri puntiamo ancora verso nord e, dopo aver trascorso la notte a Dalvik in un campeggio probabilmente autogestito dai turisti stessi ma perfettamente pulito ed efficiente, ci imbarchiamo alla volta di Grimsey, un’isola sperduta oltre il circolo polare artico, assolutamente irraggiungibile per 6 mesi l’anno, popolata da 102 persone, altrettante pecore e mezzo milione di uccelli.
Qui rimaniamo immediatamente conquistati dai colori e dai movimenti sgraziati delle Pulcinelle di Mare che, oltre a popolare massicciamente le scogliere, compaiono anche sul menu dei due ristorantini innanzi al porto. Nonostante la curiosità optiamo per dei più tradizionali toast e patatine mentre ci godiamo i raggi di sole di una giornata straordinariamente tiepida.

In pochi giorni l’Islanda ci ha abituato a cambi repentini di paesaggio e di condizioni atmosferiche, ci ha stupito mostrandoci fiumi impetuosi e cascate dirompenti che solcano il deserto, pecore cornute sempre a gruppi di tre e cavallini piccoli e muscolosi alla costante ricerca di una posizione contraria al vento che non abbandona mai l’isola.

La meraviglia è davvero massima non appena arriviamo nella regione di Myvatn dove veniamo accolti da migliaia di uccelli, formazioni laviche gigantesche che sembrano infischiarsene della legge di gravità e da un lago che, fondendosi con il cielo e con le sue isolette, mostrano ai nostri occhi ogni possibile gradazione di blu e di verde. Il senso di pace è inarrivabile: qui non ci sono centri commerciali e la presenza dell’uomo è ridotta ad un supermercato e a pochi intrepidi abitanti capaci di resistere ad inverni bui e impietosi.

Il passaggio dal paradiso all’inferno è molto rapido: basta una salita e ci si ritrova a Námafjall, una distesa di fanghi gorgoglianti e fetide fumarole che ci catapultano in un panorama dantesco reso ancora più suggestivo da una tetra nebbiolina. È con un senso di stordimento che ci lasciamo alle spalle anche questo ennesimo capolavoro della nostra madre terra.

L’Islanda è un paese di 320 mila abitanti, di cui oltre due terzi sono concentrati nella parte meridionale dell’isola. Il nordest del paese sembra terra di nessuno: pascoli a perdita d’occhio e segni di un territorio in continua mutazione, con segni di violente attività vulcaniche. In un ambiente simile è facile perdersi nei propri pensieri e scoprire un sorriso dipinto sul viso del proprio compagno di viaggio.


In questa parte del paese i divertimenti non sono molti e i principali centri di aggregazione sono le stazioni di servizio dove si può fare rifornimento alle gigantesche auto, fare la spesa, sedersi per un caffè o per godersi del junk food in compagnia degli amici. I supermercati in questa zona sono un piccolo lusso presente solo nei pochi centri che contano almeno 1000 abitanti.

Jökulsárlón è l’ennesima destinazione che ci lascia ammutoliti per diverse decine di minuti. Ci troviamo di fronte ad un lago in cui galleggiano enormi blocchi di ghiaccio che, dopo essersi distaccati dal ghiacciaio, restano qui a sciogliersi lentamente prima di fluire verso il mare. Qui, come in tutte le altre zone visitate, l’attenzione per i turisti è massima: la caffetteria è ben munita di cibi e bevande e ovviamente non manca il solito negozio della 66th north, celebre marca islandese di abbigliamento da escursionismo. Per conoscere più da vicino il lago e le sue piccole montagne di ghiaccio è possibile partecipare ad escursioni guidate a bordo di strani autobus anfibi, dotati di ruote e di scafo per entrare e uscire dall’acqua in tutta comodità.

Al termine di questo viaggio, Reykjavik ai nostri occhi appare come una metropoli incontenibile nonostante abbia le stesse dimensioni di città come Monza, Forlì o Salerno. Persa l’abitudine al contatto con la civiltà, siamo frastornati dal traffico, dalle luci dei cinema e dei semafori, dagli odori dei ristoranti e dei locali notturni. Ma ci si abitua in fretta al contatto con la realtà e basta poco per ritrovarsi seduti da Postbarinn a gustare una deliziosa zuppa di frutti di mare mentre constatiamo che l’Islanda è un paese meraviglioso con molti angoli che ancora non abbiamo scoperto che dovremo tornare a scoprire e che la parte più faticosa di tutta la nostra avventura è stata decidere di comprare un biglietto aereo.