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Lettera aperta al direttore del Corriere della Sera, @debortolif

20 Lug

Egregio Direttore, Dott. Ferruccio DeBortoli,

Dopo la sua mail stringata del 16 aprile (lo scambio si trova a fondo pagina) ho sperato vivamente che di lì a poco sarebbe realmente arrivato un impegno forte da parte della sua testata a sostegno di #salvaiciclisti e di tutti coloro che si battono per  avere strade più sicure e città i cui gli spazi siano destinati alle persone e non più all’automobile.

Dopo oltre 3 mesi di attesa, ho deciso di tornare a scriverle, per ricordarle la parola data.

Citare quante persone hanno perso la vita nell’arco degli ultimi tre mesi solo perché hanno scelto di usare la bicicletta creerebbe una lista troppo lunga, per brevità mi limiterò pertanto a ricostruire solamente gli ultimi 10 giorni di cronaca nera:

11 Luglio, Padova, Giorgia Graziano, 13 anni

12 Luglio, Como, Valerio Zeffin, 18 anni

14 luglio, Cagliari, Giovanni Fantola, 49 anni

16 luglio, Treviso, Paolo Tomasello, 44 anni

18 luglio, Cremona, Germana Bolsi, 71 anni

18 luglio, Treviso, Orlando Danieli, 78 anni

19 luglio, Torino, Gianmatteo Gerlando, 28 anni,

20 luglio, Forlì, Pasquale Pieraccini, 65 anni

La lista dei morti rappresenta il sintomo di un male diffuso che colpisce la nostra società, ma non è certo l’unico: negli ultimi 10 anni si sono verificate 56 mila morti sulle strade italiane, gli incidenti stradali sono la prima causa di morte per i giovani tra i 15 e i 35 anni (nel paese più vecchio d’Europa), il 2% del PIL annuo se ne va proprio a causa degli incidenti stradali a cui si aggiunge quello perso nel traffico e a causa degli inquinanti generati. Direttore, non viene anche a lei il dubbio che se se continueremo a considerare questi eventi unicamente come delle notizie da inserire all’interno della pagina di cronaca, l’unico risultato a cui arriveremo sarà impaurire le già poche persone che decidono di spostarsi senza inquinare e senza occupare spazio, mostrando loro l’evidenza che la bicicletta è pericolosa e che può uccidere? Non crede anche lei che sia giunto il momento di interrogarsi sulle cause e cercare delle soluzioni imponendo un dibattito su questo tema che non è propriamente irrilevante?

Altri editori qualche passo in questa direzione lo hanno già fatto: senza citare il Times che ha lanciato la campagna “Cities Fit For Cyclists”, Repubblica.it sta ospitando sul proprio sito e promuovendo attivamente l’estensione #salvaiciclisti dell’applicazione Decoro Urbano allo scopo di identificare gli incroci e le strade più pericolose del paese per chi usa la bicicletta. Sembra che a breve anche il Fatto Quotidiano si unirà a questa operazione. Se anche il Corsera si unisse alla cordata, in breve tempo si potrebbe arrivare ad avere una mappatura completa di tutta la penisola che metterebbe nell’angolo quegli amministratori che invece che rimboccarsi le maniche preferiscono dare la colpa a chi c’era prima e creerebbe l’evidenza della necessità di un rapido intervento.

Prima di salutarla, voglio cogliere l’occasione per darle un ulteriore stimolo: il 14 giugno scorso, oltre 200 blogger hanno pubblicato una lettera aperta indirizzata al presidente del consiglio, al ministro del lavoro e ai presidenti di camera e senato per chiedere loro di cambiare il testo della legge che attualmente non riconosce lo status di infortunio in itinere  al lavoratore che si reca al lavoro in bicicletta. Ad oggi 5 consigli regionali, 3 province e 22 comuni si sono pronunciati a favore di questa proposta. Dai destinatari della lettera non è arrivata nessuna risposta. Nessuna testata si sta occupando di questa faccenda, potrebbe essere uno spunto interessante da cui partire…

Ringraziandola per la cortese attenzione, colgo l’occasione per porgerle i miei più cordiali saluti.

Paolo Pinzuti

 

 


Da: De Bortoli Ferruccio  
A: ‘Paolo Pinzuti’
Inviato: Lunedì 16 Aprile 2012 18:28
Oggetto: R: Il corsera e #salvaiciclisti

 

Stia tranquillo, ce ne occupiamo

fdb

 


Da: Paolo Pinzuti 
Inviato: lunedì 16 aprile 2012 17.25
A: De Bortoli Ferruccio; De Bortoli Ferruccio
Oggetto: Il corsera e #salvaiciclisti

 

Gentile Direttore,

 

Mi rivolgo a Lei perché è stato il primo ad aver capito tutto: era il 9 febbraio e Lei scrisse: “Da condividere l’appello sulla sicurezza per le due ruote. #salvaiciclisti.”

Era il giorno dopo il lancio della campagna. Nessuno di noi si sarebbe mai aspettato un tale successo. Quel giorno temevamo che il nostro appello sarebbe finito in mezzo al nulla, come al solito. Il suo tweet ci ha fatto capire che avevamo bucato il muro di gomma e potevamo arrivare a qualche risultato importante.

Lo scorso 18 marzo, in occasione della tavola rotonda dedicata a #salvaiciclisti, il Suo vice-direttore, Giangiacomo Schiavi, dopo aver visto il grande spiegamento di mezzi messo in campo dal Times a sostegno della campagna “cities fit for cycling”, è salito sul palco e, dando prova di grande coraggio e umiltà, si è scusato pubblicamente per lo scarso impegno dimostrato dal Corriere della Sera nei confronti del tema della sicurezza per chi va in bicicletta.

Eppure, nonostante questa profusione di intenti da parte della direzione, la redazione ha pubblicato una serie di articoli che non possono essere definiti dei capolavori del giornalismo, né tantomeno di grande sostegno alla causa della sicurezza di chi va in bicicletta.

A seguito della pronuncia del Ministero dei Trasporti sul controsenso in bicicletta, la sua testata ha lanciato una sondaggio con un titolo sbagliato e provocatorio che, oltre a disinformare, ha influenzato in modo palese il voto dei lettori. L’articolo che ne è derivato sottolineava quindi l’ampia contrarietà dei lettori (71.7%) al pronunciamento del Ministero. In seguito alle proteste della FIAB, la domanda del sondaggio in oggetto è stata modificata e i risultati adesso danno all’86,9% i favorevoli al controsenso in bicicletta.

L’ultimo episodio controverso in ordine cronologico è avvenuto sabato, all’indomani del suo ultimo tweet a riguardo della nostra campagna: “#salvaiciclisti, una iniziativa da sostenere, mandateci le vostre osservazioni e proposte. Grazie.”

Un giovane giornalista, probabilmente non molto esperto del mestiere, ha scritto un pezzo discutibile e dal titolo fortemente provocatorio, con richiamo in prima pagina, in cui sottolineava l’esistenza di un generalizzato risentimento da parte di pedoni e automobilisti nei confronti di chi utilizza la bici basandosi unicamente su un pugno di frasi sconnesse racimolate su Twitter nell’arco di un pomeriggio.

Questo articolo ha scaldato gli animi e ha portato alla reazioni più disparate. Di seguito glie ne voglio presentare tre:

–       Chi non vuole #salvaiciclisti

–       Il sostegno del Corriere della Sera a #salvaiciclisti: ma anche no, grazie

–       Fateci scendere dai marciapiedi

Le confesso che quello dimostrato fino ad ora non è esattamente il tipo di supporto che mi aspettavo dalla Sua testata.

 

LE PROPOSTE

Nel suo ultimo tweet ha chiesto infine di essere proattivi e di sottoporvi alcune proposte. Come avrà intuito, la proattività è un elemento portante di #salvaiciclisti e anche questa volta non vogliamo essere da meno. Pertanto le suggerisco di:

1.      Promuovere attivamente la partecipazione alla manifestazione del 28 aprile tra i lettori della Sua testata

2.       Realizzare un’inchiesta sullo stato della ciclabilità nel nord Europa

3.       creare una mappa interattiva a disposizione di tutti i lettori per iniziare a individuare le strade più pericolose d’Italia come fatto dal Times

4.       invitare un suo giornalista autodipendente (Maurizio Donelli?) a rinunciare all’auto per una settimana per provare a vivere da ciclista in modo da registrarne le impressioni

5.       Sostenere la campagna della FIAB sul riconoscimento dell’infortunio in itinere per chi si reca al lavoro in bici

6.       Raccogliere le testimonianze di tutti coloro che sono stati vittime di un infortunio in itinere e non sono stati risarciti poiché in bici

7.       fare la conta per capire quanti dei ciclisti morti sulle strade fossero in contravvenzione al momento dell’incidente e quanti invece semplicemente investiti, in modo da sfatare degli spiacevoli luoghi comuni.

8.       Fare pressione sui partiti politici in modo che in occasione delle prossime elezioni politiche la mobilità a impatto zero sia inserita con massimo impegno all’interno dei programmi elettorali.

 

Certo di una sua pronta risposta, La saluto cordialmente

 

Paolo Pinzuti

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Caro Monti, #salvaiciclisti

14 Giu

Egregio Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana, Prof. Mario Monti,

Abbiamo molto apprezzato la nota con cui Lei il 14 maggio scorso ha dato sostegno alle istanze della campagna #salvaiciclisti sottolineando i vantaggi economici derivanti dall’uso della bicicletta in ambito urbano e definendo la bicicletta come “mezzo di trasporto “intelligente”, sia dal punto di vista dell’impatto ambientale, sia a livello economico, dato che riduce sensibilmente i costi legati alla mobilità urbana, sia, aspetto non meno rilevante, per la salute degli individui.”
Infatti, in questo periodo di crisi economica, per ridurre i costi derivanti dalla mobilità, molte persone fanno sempre più ricorso all’uso della bici, anche per andare al lavoro.

Purtroppo nel nostro Paese coloro che decidono di utilizzare la bici per recarsi al lavoro, si trovano a confrontarsi con una legislazione che, non solo non incentiva, ma addirittura penalizza chi utilizza questo mezzo di trasporto. In Italia, in caso di sinistro durante il percorso casa-lavoro effettuato in bicicletta, l’INAIL riconosce al lavoratore lo status di “infortunio in itinere” “purché avvenga su piste ciclabili o su strade protette; in caso contrario, quando ci si immette in strade aperte al traffico bisognerà verificare se l`utilizzo era davvero necessario” [nota INAIL].
Mentre nel resto d’Europa l’uso della bicicletta come mezzo di trasporto per recarsi al lavoro è sistematicamente incentivato e promosso, in Italia il lavoratore che decide di spostarsi senza inquinare e senza creare traffico, non solo non riceve alcun incentivo, ma deve farlo a proprio rischio e pericolo e senza tutele.

Allo scopo di mettere fine a questo anacronismo è in corso una campagna promossa dalla Federazione Italiana Amici della Bicicletta (FIAB) che chiede la modifica dell’art. 12 del D.Lgs. 38/2000 e di aggiungere al testo attuale la frase: “L’uso della bicicletta è comunque coperto da assicurazione, anche nel caso di percorsi brevi o di possibile utilizzo del mezzo pubblico”, esattamente come previsto per il lavoratore che si reca al lavoro a piedi.

La proposta della FIAB ha già raccolto oltre diecimila firme e ricevuto parere favorevole da parte di ben tre Regioni, tre Province e sedici Comuni tra cui Milano, Bologna e Venezia che ravvisano grande imbarazzo nel chiedere ai concittadini e ai propri dipendenti di usare la bicicletta senza poter garantire nel contempo adeguate tutele.

Con la presente chiediamo a Lei, al Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali e ai Presidenti di Camera e Senato di voler intervenire al più presto per porre fine a questa discriminazione che non ha eguali in Europa e di accogliere questa proposta di modifica legislativa.

Per ulteriori informazioni sul tema dell’infortunio in itinere per il pendolare in bicicletta, Le segnaliamo il sito internet www.bici-initinere.info che è stato predisposto allo scopo di diffondere consapevolezza rispetto a questa campagna.

Confidando in una sua pronta risposta e auspicandoci condivisione nel merito,

cogliamo l’occasione per salutarla cordialmente

 

PICICLISTI per #salvaiciclisti

 

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Se anche tu ritieni che chi si reca al lavoro in bicicletta non debba essere vittima di discriminazioni invia questa lettera direttamente al Presidente del Consiglio, al Ministro competente e ai Presidenti di Camera e Senato: e.olivi@governo.it; gabinettoministro@mailcert.lavoro.gov.it; fini_g@camera.it; schifani_r@posta.senato.it.

Inoltre puoi contribuire alla diffusione di questa iniziativa attraverso il tuo blog, il tuo sito internet oppure attraverso il tuo account di Facebook o di Twitter.

 

 

Peccato Italia!

31 Gen

Sono già diverse settimane che in rete si trova una notizia che non si riesce a prendere sul serio, tanta la sua assurdità: sto parlando di una delle ultime direttive dell’INAIL, con cui si stabilisce che l’infortunio in itinere occorso al lavoratore che si reca al lavoro utilizzando la propria bicicletta non può essere riconosciuto come tale. Ovvero, immaginiamo che il signor Rossi, pendolare ecologista, una mattina arrivi alla stazione di Milano Cadorna e, una volta sceso dal treno, prenda una bicicletta dalla postazione di bike sharing antistante l’uscita dalla stazione per recarsi al lavoro in Foro Bonaparte.

Si sa, le vie di Milano sono piene di insidie e proprio quella mattina, malauguratamente, il Signor rossi finisce con la ruota anteriore dentro i binari del tram, cade e sbatte fortemente il muso per terra. Portato in ospedale e fatti gli accertamenti del caso, l’INAIL (Istituto Nazionale Infortuni sul Lavoro) stabilirà che l’infortunio del Sig. Rossi non è indennizzabile perché questo ha deciso di recarsi al lavoro utilizzando la propria bicicletta a proprio rischio e pericolo, invece di andarci a piedi o con un mezzo pubblico.

Si, perché se il Sig. Rossi fosse andato a piedi e gli fosse caduta in testa una fioriera, allora l’INAIL non avrebbe battuto ciglio e gli avrebbe riconosciuto lo status di infortunio in itinere (ovvero di infortunio sul lavoro). Quindi in Italia, dice l’INAIL, chi vuole andare al lavoro in bicicletta ed avere una qualche copertura assicurativa, deve utilizzare esclusivamente piste ciclabili interdette al traffico veicolare (cioè quelle separate fisicamente e non solo con una linea gialla).

Come spesso accade, per renderci conto degli anacronismi del nostro paese basta buttare un occhio verso nord e scoprire un mondo diverso.

una bellissima illustrazione di aydan çelik

In Francia , il Ministro dei Trasporti Hierry Mariani ha lanciato la proposta di offrire un incentivo economico per chi si reca al lavoro in bicicletta.

In Germania è in corso dal 2005 il programma Mit dem Fahrrad zur Arbeit, un concorso a premi organizzato dalla federazione ciclisti tedeschi e da una delle principali assicurazioni sanitarie per incentivare i lavoratori ad andare al lavoro in bicicletta.

Nel Regno Unito invece è in funzione il progetto CycleScheme, che consiste in una triangolazione tra Ministero dei Trasporti, datori di lavoro e lavoratori per far rientrare la bicicletta tra i benefit aziendali (invece dell’auto aziendale, la bici aziendale!) per chiunque ne faccia richiesta.

In Irlanda il governo si è posto l’obiettivo di raggiungere la soglia dei 150.000 pendolari in bicicletta con un programma analogo a quello Inglese.

Insomma, laddove in Europa si cerca in ogni modo di promuovere i comportamenti virtuosi ed eco responsabili, in Italia si cerca invece di disincentivarli e anzi di punire chi sceglie delle soluzioni di mobilità che siano favorevoli alla società, all’ambiente e anche alla salute. Il segnale è chiaro: se vuoi la sicurezza, barricati dietro le lamiere corazzate di un SUV. Ancora una volta, peccato.

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