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Il giro del mondo con la ruota grande

22 Ott

Ci sono delle persone il cui desiderio di avventura è talmente grande che neppure l’idea di un giro del mondo in bicicletta rappresenta una sfida sufficientemente grande.

Joff Summerfield fotografato da Steve Rutherford

Joff Summerfield è una di queste persone. Inglese di nascita, ha sempre avuto un’attrazione irresistibile nei confronti degli oggetti antichi e, mentre lavorava come preparatore per motori di auto da corsa, si dedicava alla costruzione di un velocipede con cui provare a intraprendere qualche viaggio.

Gli anni dal 1998 al 2006 li trascorre progettando il grande viaggio cercando di ripetere l’impresa che portò nella storia Thomas Stevens

Nel 1999 costruisce l’Mk1, un primo modello di Penny Farthing, che viene prontamente distrutto durante un incidente stradale.

Nel 2001 finisce di costruire l’Mk-3, la macchina perfetta con cui decide di intraprendere la grande impresa, ma 26 miglia dopo la partenza deve rinunciare al viaggio a causa di un disturbo al ginocchio che lo costringe a lunghe sessioni di fisioterapia.

Nel 2004 si rimette di nuovo in sella con l’Mk4, un velocipede con la ruota anteriore da 50” e la posteriore da 20”, ma arrivato a Budapest è costretto ad abbandonare nuovamente il suo tentativo per i soliti problemi al ginocchio. I due anni successivi sono segnati da una serie di operazioni ad entrambe le ginocchia e da qualche frattura causata dalle cadute di sella.

In Cappadocia, Turchia

Finalmente il 1 maggio 2006 il corpo di Joff e il suo velocipede sono in perfette condizioni e pronti a partire da Greenwich.

Summerfield ritornerà a Londra il 18 novembre 2008 dopo aver pedalato per oltre 35.000 km attraverso 24 paesi.

Un sogno coronato con tanta, tanta forza di volontà e determinazione.

In pellegrinaggio sulla tomba di Thomas Stevens

Dal momento del suo rientro in Inghilterra, Summerfield si dedica alla costruzione e commercializzazione di velocipedi Mk5, disponibili al pubblico per la cifra di 1.500 £.

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Annie Londonderry – la prima donna

15 Apr

Thomas Stevens è stato il primo uomo ad aver dimostrato che la bicicletta possa essere usata come mezzo di trasporto per andare in capo al mondo.  Annie “Londonderry” Kopchovsky – un’Ebrea Lettone di 23 anni immigrata negli Stati Uniti, madre di tre figli – è stata la prima donna ad aver fatto grossomodo la stessa cosa.

Il 25 luglio 1894 Annie partì dal Massachussets in sella ad una bicicletta Columbia per ritornarvici solo 15 mesi dopo a testa alta dopo aver compiuto il giro del mondo e aver quindi vinto la scommessa che l’aveva spinta a partire: due facoltosi signori di Boston sostenevano apertamente che mai nessuna donna sarebbe riuscita ad eguagliare o migliorare l’impresa svolta da Stevens solo 10 anni prima. I due vollero mettere in palio un’ingente somma di denaro per qualunque esponente del gentil sesso che fosse disposto a raccogliere la sfida.

Annie rispose all’appello e, per l’occasione, imparò ad andare in bici. Lasciati a casa gonne lunghe e corsetti, partì portando con se solo un cambio di biancheria e una pistola. Arrivò fino in Cina, passando per Parigi, Gerusalemme, Singapore.

Al suo ritorno in patria venne eletta a simbolo dell’emancipazione femminile, ma ben presto la sua storia fu offuscata da altri viaggi e da altri avventurieri e finì nel dimenticatoio.

Grazie a Peter Zheutlin, pronipote di Annie, e grazie al suo incessante lavoro di ricerca, la storia di questa pioniera dell’avventura è stata ricostruita nella sua interezza e un paio di mesi fa è stato dato alle stampe anche in Italia Il giro del mondo in bicicletta. La straordinaria avventura di una donna alla conquista della libertà, da Elliot editore. Sembra che a breve verrà rilasciato anche undocumentario che ricostruisca la storia di questa giovane eroina.

Ha ricevuto delle ottime recensioni da parte di numerose riviste e quotidiani. Credo valga la pena leggerlo, magari anche per porsi qualche interrogativo sul ruolo della donna e per chiedersi in cosa consista l’emancipazione femminile.

Una domanda che in Italia sarebbe opportuno porsi con una certa frequenza.

Viaggi in bicicletta non solo per supereroi .

23 Mar

L’Italia è il paese del Giro e dei più grandi innovatori nel mondo del ciclismo: Colnago, Bianchi, Umberto Dei, Pinarello, Campagnolo, Cinelli sono solo alcuni dei nomi che hanno trasformato il modo di intendere la bicicletta.

E gli Italiani, non a caso, sono dei grandissimi pedalatori: partendo dalle imprese di Learco Guerra e di Costante Girardengo, passando per l’eterno duello Coppi-Bartali, fino ad arrivare ad Adorni, Moser e Saronni, Bugno, Cipollini, Bugno e Ballan, la passione degli Italiani per la bicicletta è innegabile. Lo testimoniano l’interesse dei futuristi, un capolavoro del cinema come Ladri di Bicilette, meravigliose canzoni come Bellezza in bicicletta, il Bandito e il Campione, Bartali, la più scanzonata sotto questo sole e l’ultimo album dei Têtes de Bois. Ancor più lo si può vedere ogni domenica mattina, quando frotte di ciclisti in colorate tenute in poliestere invadono le strade scatenando l’ira degli automobilisti più frettolosi e intransigenti.

Ma nonostante questa passione diffusa, la bicicletta viene percepita dagli Italiani principalmente come strumento sportivo e quasi mai come mezzo di trasporto. Di conseguenza, la pratica del cicloturismo (inteso come viaggiare in bicicletta) viene vista come un’attività riservata a pochi strani individui che, con insano masochismo e senso dell’avventura, si lanciano in improbabili imprese più o meno eroiche.

È vero, viaggiare in bicicletta richiede capacità di adattamento, pazienza, resistenza e un minimo di allenamento, ma sono gli stessi prerequisiti per vedere una puntata di Porta a Porta o per svolgere un qualunque lavoro di ufficio (senza ovviamente tenere in considerazione il piacere di stare all’aria aperta e tutti gli altri vantaggi già descritti qui).

 

Noi, nel nostro piccolo, di indomiti eroi a caccia di imprese epiche ne abbiamo incontrati un po’ dappertutto, ma è soprattutto in Marocco che abbiamo conosciuto i più irriducibili: a Ouarzazate, abbiamo fatto amicizia con una giovane coppia francese che, con bimba di due anni al seguito, dopo aver attraversato il Sud Est Asiatico, adesso girava per il Nord Africa con tutta la serenità del mondo.

A Agdz una coppia di ultrasessantenni Olandesi in procinto di attraversare il deserto ci ha svelato il trucco per curare il mal di gola.

Devo ammettere che nella mia immaginazione i supereroi hanno un aspetto decisamente differente.

A proposito di grandi imprese e grandi eroi, è di oggi la notizia che la famiglia Vogel (si legga: papà, mamma e due figlioletti) ha completato il proprio viaggio in bicicletta dall’Alaska alla Patagonia. 28.000 km, 1.018 giorni sulla strada.

E se ce l’hanno fatta loro, perché non scegliere la bicicletta per la prossima vacanza?