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La bicicletta che non è sport

10 Nov

L’articolo qui di seguito è uscito Domenica 4 Novembre a pagina 11 dell’inserto “La Lettura” (giusto per non farlo sapere troppo in giro).

Contiene una serie di numeretti che  misurano quella sensazione che chi usa la bicicletta in città conosce molto bene: si fa prima. Si dice anche un’altra cosa interessante: più del 50% degli spostamenti quotidiani al di sotto dei 5 km vengono effettuati in macchina. L’automobile viene utilizzata per quasi 3 spostamenti su 4 al di sotto dei 10 km di percorrenza.

Io capisco quando mi dicono che il nonno ultra80enne non ce la fa, che i figli da portare all’asilo e la lavanderia, ma…

Capite perché poi mi incazzo quando la bicicletta viene reclusa nella categoria sport o ambiente?

 

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Lettera aperta al direttore del Corriere della Sera, @debortolif

20 Lug

Egregio Direttore, Dott. Ferruccio DeBortoli,

Dopo la sua mail stringata del 16 aprile (lo scambio si trova a fondo pagina) ho sperato vivamente che di lì a poco sarebbe realmente arrivato un impegno forte da parte della sua testata a sostegno di #salvaiciclisti e di tutti coloro che si battono per  avere strade più sicure e città i cui gli spazi siano destinati alle persone e non più all’automobile.

Dopo oltre 3 mesi di attesa, ho deciso di tornare a scriverle, per ricordarle la parola data.

Citare quante persone hanno perso la vita nell’arco degli ultimi tre mesi solo perché hanno scelto di usare la bicicletta creerebbe una lista troppo lunga, per brevità mi limiterò pertanto a ricostruire solamente gli ultimi 10 giorni di cronaca nera:

11 Luglio, Padova, Giorgia Graziano, 13 anni

12 Luglio, Como, Valerio Zeffin, 18 anni

14 luglio, Cagliari, Giovanni Fantola, 49 anni

16 luglio, Treviso, Paolo Tomasello, 44 anni

18 luglio, Cremona, Germana Bolsi, 71 anni

18 luglio, Treviso, Orlando Danieli, 78 anni

19 luglio, Torino, Gianmatteo Gerlando, 28 anni,

20 luglio, Forlì, Pasquale Pieraccini, 65 anni

La lista dei morti rappresenta il sintomo di un male diffuso che colpisce la nostra società, ma non è certo l’unico: negli ultimi 10 anni si sono verificate 56 mila morti sulle strade italiane, gli incidenti stradali sono la prima causa di morte per i giovani tra i 15 e i 35 anni (nel paese più vecchio d’Europa), il 2% del PIL annuo se ne va proprio a causa degli incidenti stradali a cui si aggiunge quello perso nel traffico e a causa degli inquinanti generati. Direttore, non viene anche a lei il dubbio che se se continueremo a considerare questi eventi unicamente come delle notizie da inserire all’interno della pagina di cronaca, l’unico risultato a cui arriveremo sarà impaurire le già poche persone che decidono di spostarsi senza inquinare e senza occupare spazio, mostrando loro l’evidenza che la bicicletta è pericolosa e che può uccidere? Non crede anche lei che sia giunto il momento di interrogarsi sulle cause e cercare delle soluzioni imponendo un dibattito su questo tema che non è propriamente irrilevante?

Altri editori qualche passo in questa direzione lo hanno già fatto: senza citare il Times che ha lanciato la campagna “Cities Fit For Cyclists”, Repubblica.it sta ospitando sul proprio sito e promuovendo attivamente l’estensione #salvaiciclisti dell’applicazione Decoro Urbano allo scopo di identificare gli incroci e le strade più pericolose del paese per chi usa la bicicletta. Sembra che a breve anche il Fatto Quotidiano si unirà a questa operazione. Se anche il Corsera si unisse alla cordata, in breve tempo si potrebbe arrivare ad avere una mappatura completa di tutta la penisola che metterebbe nell’angolo quegli amministratori che invece che rimboccarsi le maniche preferiscono dare la colpa a chi c’era prima e creerebbe l’evidenza della necessità di un rapido intervento.

Prima di salutarla, voglio cogliere l’occasione per darle un ulteriore stimolo: il 14 giugno scorso, oltre 200 blogger hanno pubblicato una lettera aperta indirizzata al presidente del consiglio, al ministro del lavoro e ai presidenti di camera e senato per chiedere loro di cambiare il testo della legge che attualmente non riconosce lo status di infortunio in itinere  al lavoratore che si reca al lavoro in bicicletta. Ad oggi 5 consigli regionali, 3 province e 22 comuni si sono pronunciati a favore di questa proposta. Dai destinatari della lettera non è arrivata nessuna risposta. Nessuna testata si sta occupando di questa faccenda, potrebbe essere uno spunto interessante da cui partire…

Ringraziandola per la cortese attenzione, colgo l’occasione per porgerle i miei più cordiali saluti.

Paolo Pinzuti

 

 


Da: De Bortoli Ferruccio  
A: ‘Paolo Pinzuti’
Inviato: Lunedì 16 Aprile 2012 18:28
Oggetto: R: Il corsera e #salvaiciclisti

 

Stia tranquillo, ce ne occupiamo

fdb

 


Da: Paolo Pinzuti 
Inviato: lunedì 16 aprile 2012 17.25
A: De Bortoli Ferruccio; De Bortoli Ferruccio
Oggetto: Il corsera e #salvaiciclisti

 

Gentile Direttore,

 

Mi rivolgo a Lei perché è stato il primo ad aver capito tutto: era il 9 febbraio e Lei scrisse: “Da condividere l’appello sulla sicurezza per le due ruote. #salvaiciclisti.”

Era il giorno dopo il lancio della campagna. Nessuno di noi si sarebbe mai aspettato un tale successo. Quel giorno temevamo che il nostro appello sarebbe finito in mezzo al nulla, come al solito. Il suo tweet ci ha fatto capire che avevamo bucato il muro di gomma e potevamo arrivare a qualche risultato importante.

Lo scorso 18 marzo, in occasione della tavola rotonda dedicata a #salvaiciclisti, il Suo vice-direttore, Giangiacomo Schiavi, dopo aver visto il grande spiegamento di mezzi messo in campo dal Times a sostegno della campagna “cities fit for cycling”, è salito sul palco e, dando prova di grande coraggio e umiltà, si è scusato pubblicamente per lo scarso impegno dimostrato dal Corriere della Sera nei confronti del tema della sicurezza per chi va in bicicletta.

Eppure, nonostante questa profusione di intenti da parte della direzione, la redazione ha pubblicato una serie di articoli che non possono essere definiti dei capolavori del giornalismo, né tantomeno di grande sostegno alla causa della sicurezza di chi va in bicicletta.

A seguito della pronuncia del Ministero dei Trasporti sul controsenso in bicicletta, la sua testata ha lanciato una sondaggio con un titolo sbagliato e provocatorio che, oltre a disinformare, ha influenzato in modo palese il voto dei lettori. L’articolo che ne è derivato sottolineava quindi l’ampia contrarietà dei lettori (71.7%) al pronunciamento del Ministero. In seguito alle proteste della FIAB, la domanda del sondaggio in oggetto è stata modificata e i risultati adesso danno all’86,9% i favorevoli al controsenso in bicicletta.

L’ultimo episodio controverso in ordine cronologico è avvenuto sabato, all’indomani del suo ultimo tweet a riguardo della nostra campagna: “#salvaiciclisti, una iniziativa da sostenere, mandateci le vostre osservazioni e proposte. Grazie.”

Un giovane giornalista, probabilmente non molto esperto del mestiere, ha scritto un pezzo discutibile e dal titolo fortemente provocatorio, con richiamo in prima pagina, in cui sottolineava l’esistenza di un generalizzato risentimento da parte di pedoni e automobilisti nei confronti di chi utilizza la bici basandosi unicamente su un pugno di frasi sconnesse racimolate su Twitter nell’arco di un pomeriggio.

Questo articolo ha scaldato gli animi e ha portato alla reazioni più disparate. Di seguito glie ne voglio presentare tre:

–       Chi non vuole #salvaiciclisti

–       Il sostegno del Corriere della Sera a #salvaiciclisti: ma anche no, grazie

–       Fateci scendere dai marciapiedi

Le confesso che quello dimostrato fino ad ora non è esattamente il tipo di supporto che mi aspettavo dalla Sua testata.

 

LE PROPOSTE

Nel suo ultimo tweet ha chiesto infine di essere proattivi e di sottoporvi alcune proposte. Come avrà intuito, la proattività è un elemento portante di #salvaiciclisti e anche questa volta non vogliamo essere da meno. Pertanto le suggerisco di:

1.      Promuovere attivamente la partecipazione alla manifestazione del 28 aprile tra i lettori della Sua testata

2.       Realizzare un’inchiesta sullo stato della ciclabilità nel nord Europa

3.       creare una mappa interattiva a disposizione di tutti i lettori per iniziare a individuare le strade più pericolose d’Italia come fatto dal Times

4.       invitare un suo giornalista autodipendente (Maurizio Donelli?) a rinunciare all’auto per una settimana per provare a vivere da ciclista in modo da registrarne le impressioni

5.       Sostenere la campagna della FIAB sul riconoscimento dell’infortunio in itinere per chi si reca al lavoro in bici

6.       Raccogliere le testimonianze di tutti coloro che sono stati vittime di un infortunio in itinere e non sono stati risarciti poiché in bici

7.       fare la conta per capire quanti dei ciclisti morti sulle strade fossero in contravvenzione al momento dell’incidente e quanti invece semplicemente investiti, in modo da sfatare degli spiacevoli luoghi comuni.

8.       Fare pressione sui partiti politici in modo che in occasione delle prossime elezioni politiche la mobilità a impatto zero sia inserita con massimo impegno all’interno dei programmi elettorali.

 

Certo di una sua pronta risposta, La saluto cordialmente

 

Paolo Pinzuti

Casco obbligatorio? Risposta al Corriere

29 Set

Quando ho visto il titolo sul sito del Corriere della Sera non credevo ai miei occhi.

Il primo articolo

Il primo quotidiano nazionale ieri ha infatti dedicato un intero articolo al tema della sicurezza in bicicletta soffermandosi in particolare su due punti.

1. Uno dei problemi maggiori per la sicurezza dei ciclisti in Italia è la loro quasi invisibilità di notte. Utilizzare dei dispositivi illuminanti montati intorno alle ruote delle biciclette potrebbe essere una soluzione per salvare molte vite.

2. Il resto dei ciclisti li salviamo rendendo obbligatorio l’uso del casco.

Il corriere poi passa ai numeri: nel 2008 in Italia si sono verificati 288 morti e 14.377 ferimenti in bicicletta.

A distanza di poche ore arriva quindi un nuovo articolo che rincara la dose sull’obbligatorietà sull’uso del casco e ricorda nuovamente il numero dei caduti.

Due articoli in un giorno sul corriere a proposito di ciclabilità: un segno dell'arrivo dell'apocalisse?

Il messaggio mi sembra evidente: utilizzare la bicicletta è molto, molto pericoloso e pertanto andrebbe disincentivato. Rendere obbligatorio il casco anche per i piccoli spostamenti con il bike sharing in città è un ottimo sistema per allontanare gli italiani dalle due ruote.

Entrambi gli articoli in questione, purtroppo, si fermano qui lasciando così i propri lettori in balia di questi dati terrorizzanti senza contestualizzarli né confrontarli con altri dati. Io nel mio piccolo ne ho trovato qualcuno, vediamo se riusciamo a trarne qualche conseguenza.

Le vittime della strada in Italia ogni anno sono circa  5.000, a cui si aggiungono 300.000 feriti di cui 20.000 rimangono disabili gravi. Secondo i dati INAIL, ogni giorno 57 pedoni sono coinvolti in incidenti stradali e 2 perdono la vita; di questi il 35% viene investito sulle strisce pedonali. In totale fanno 730 pedoni morti all’anno.

In italia ci sono circa 25 milioni di biciclette, ovvero 4,4 biciclette ogni 10 abitanti.

Se facciamo quindi la proporzione tra il numero di biciclette  e la popolazione italiana (ovvero numero di pedoni) ci rendiamo conto che andare a piedi è di gran lunga più pericoloso che andare in bicicletta. e allora, perché non rendiamo obbligatorio l’uso del casco anche tra i pedoni?

Ma torniamo al macabro conteggio: 5000 morti – 288 ciclisti – 730 pedoni= 3982 morti che non andando a piedi né in bicicletta evidentemente viaggiavano in un veicolo a motore.

Fatte le dovute proporzioni ci rendiamo conto che le automobili rispetto alle biciclette causano 10 volte più morti  a parità di numero di mezzi in circolazione. La risposta al problema la conosciamo già: rendiamo obbligatorio l’uso del caschetto anche per gli automobilisti!

La soluzione per aumentare la sicurezza di tutti sulle strade è una sola: lasciare l’auto, prendere la bicicletta e iniziare a punire seriamente i pirati della strada che la fanno franca sempre e comunque.

Detto questo, vi invito  a leggere la brillante risposta della FIAB (Federazione Italiana Amici della Bicicletta) all’articolo del corriere: click

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