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Peccato Italia!

31 Gen

Sono già diverse settimane che in rete si trova una notizia che non si riesce a prendere sul serio, tanta la sua assurdità: sto parlando di una delle ultime direttive dell’INAIL, con cui si stabilisce che l’infortunio in itinere occorso al lavoratore che si reca al lavoro utilizzando la propria bicicletta non può essere riconosciuto come tale. Ovvero, immaginiamo che il signor Rossi, pendolare ecologista, una mattina arrivi alla stazione di Milano Cadorna e, una volta sceso dal treno, prenda una bicicletta dalla postazione di bike sharing antistante l’uscita dalla stazione per recarsi al lavoro in Foro Bonaparte.

Si sa, le vie di Milano sono piene di insidie e proprio quella mattina, malauguratamente, il Signor rossi finisce con la ruota anteriore dentro i binari del tram, cade e sbatte fortemente il muso per terra. Portato in ospedale e fatti gli accertamenti del caso, l’INAIL (Istituto Nazionale Infortuni sul Lavoro) stabilirà che l’infortunio del Sig. Rossi non è indennizzabile perché questo ha deciso di recarsi al lavoro utilizzando la propria bicicletta a proprio rischio e pericolo, invece di andarci a piedi o con un mezzo pubblico.

Si, perché se il Sig. Rossi fosse andato a piedi e gli fosse caduta in testa una fioriera, allora l’INAIL non avrebbe battuto ciglio e gli avrebbe riconosciuto lo status di infortunio in itinere (ovvero di infortunio sul lavoro). Quindi in Italia, dice l’INAIL, chi vuole andare al lavoro in bicicletta ed avere una qualche copertura assicurativa, deve utilizzare esclusivamente piste ciclabili interdette al traffico veicolare (cioè quelle separate fisicamente e non solo con una linea gialla).

Come spesso accade, per renderci conto degli anacronismi del nostro paese basta buttare un occhio verso nord e scoprire un mondo diverso.

una bellissima illustrazione di aydan çelik

In Francia , il Ministro dei Trasporti Hierry Mariani ha lanciato la proposta di offrire un incentivo economico per chi si reca al lavoro in bicicletta.

In Germania è in corso dal 2005 il programma Mit dem Fahrrad zur Arbeit, un concorso a premi organizzato dalla federazione ciclisti tedeschi e da una delle principali assicurazioni sanitarie per incentivare i lavoratori ad andare al lavoro in bicicletta.

Nel Regno Unito invece è in funzione il progetto CycleScheme, che consiste in una triangolazione tra Ministero dei Trasporti, datori di lavoro e lavoratori per far rientrare la bicicletta tra i benefit aziendali (invece dell’auto aziendale, la bici aziendale!) per chiunque ne faccia richiesta.

In Irlanda il governo si è posto l’obiettivo di raggiungere la soglia dei 150.000 pendolari in bicicletta con un programma analogo a quello Inglese.

Insomma, laddove in Europa si cerca in ogni modo di promuovere i comportamenti virtuosi ed eco responsabili, in Italia si cerca invece di disincentivarli e anzi di punire chi sceglie delle soluzioni di mobilità che siano favorevoli alla società, all’ambiente e anche alla salute. Il segnale è chiaro: se vuoi la sicurezza, barricati dietro le lamiere corazzate di un SUV. Ancora una volta, peccato.

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In bicicletta al lavoro?

5 Set

Oggi Corriere.it ha presentato l’eco-sondaggio della settimana.

La domanda  è semplice e diretta : Useresti la bicicletta per andare al lavoro?

Le risposte possibili sono 4:

  1. Si, già lo faccio
  2. Solo se ci fossero le piste ciclabili
  3. Sono troppo lontano dal posto di lavoro
  4. Preferisco altri mezzi.

Di fronte alle possibili opzioni ho cercato di ricordarmi per quale motivo nella mia ultima occupazione usavo così poco la bicicletta per andare al lavoro. Abitavo a 18 km dall’ufficio ed effettivamente la lontananza unitamente alla pigrizia erano un bell’ostacolo, se poi ci si mette che di tanto in tanto dovevo presentarmi in giacca e cravatta, la cosa era ancora più difficile.

Mi piace anche pensare che un po’ fosse colpa del mio datore di lavoro che non mi offriva la possibilità di fare una doccia prima di timbrare il cartellino, che non ci fosse un luogo comodo, riparato e sicuro per lasciare la bicicletta, per non parlare dei possibili incentivi per lasciare a riposo l’auto aziendale e consumare un po’ di calorie in eccesso invece della costosa benzina.

Al di là delle mie opinioni personali, la cosa che mi ha maggiormente colpito del sondaggio in questione è che la maggioranza assoluta dei votanti sostiene che sarebbe disposta a usare la bicicletta per andare al lavoro se ci fossero dei luoghi opportuni per poter pedalare, ovvero delle piste ciclabili perché, evidentemente, le strade non sono ritenute sufficientemente sicure. Qualunque ciclista urbano può giurare che una pista ciclabile garantisce ben poca sicurezza.

Purtroppo, la soluzione qui suggerita implicitamente non è la riduzione del numero di automobili in circolazione o la limitazione al loro uso, ma la ghettizzazione per chi decide di usare la bicicletta invece di usare l’auto. Quindi: vado in macchina perché andare in bicicletta è troppo pericoloso, visto che le strade sono infestate dalle auto. Un ragionamento perverso, no?

A Londra il 50% dei pendolari raggiunge la city in bicicletta e questo è uno dei risultati della congestion charge introdotta nel 2003 , una tassa sul traffico che rende estremamente difficoltoso entrare in città in automobile. Analogamente Amsterdam, città a due ruote per eccellenza, deve la propria fama non al numero di piste ciclabili o al clima particolarmente favorevole, quanto piuttosto all’impossibilità di raggiungere determinate zone del centro in automobile.

Al di là delle prove empiriche, esiste un’ampia disponibilità di studi e ricerche che dimostrano che la sicurezza in sella dipende ampiamente dal numero di biciclette in circolazione. Quindi, se vuoi essere sicuro, devi pedalare. Il video qui sotto dimostra che un ciclista solitario è invisibile. È per questo che è proprio nel ciclismo urbano che si è diffuso il concetto di massa critica.

 

A Milano sembra che vogliano approvare un provvedimento simile a quello introdotto a Londra.

Non resta che aspettare e vedere cosa succede.