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Gli obiettivi raggiunti

9 ago

+ La meta era Lima, in Perù, ci siamo arrivati ieri pomeriggio, sotto un cielo di nuvole grigie, a bordo di un autobus superlusso a 4 assi di ruote, posto letto e connessione internet. Una di quelle cose mai vista in Italia.

– Ce lo immaginavamo diverso il nostro arrivo: in bicicletta, prima di tutto, in discesa per centinaia di km e sotto un sole bollente. Una tanto stupida quanto dolorosa otite ci ha tenuto a Cusco per oltre una settimana, prigionieri di un ostello sporco ed economico, in compagnia di un cuocografo  (cuoco e fotografo di cibo) 50enne Giapponese in fuga da 5 anni dalle rigidità della società niponica.

Tomoyuki, cuocografo dissidente

–  Tra gli obiettivi che ci eravamo prefissati c’erano i 5000 km da pedalare in tre mesi e mezzo. Nel frattempo però ci siamo resi conto che ci sono anche altre cose che ci piace fare oltre all’andare in bicicletta e le abbiamo fatte. Abbiamo chiuso il viaggio con 3.500 km pedalati. Molte salite.

+  Però visto che una grande cifra deve comunque risultare da questo viaggio, possiamo essere orgogliosi di tornarcene a casa con oltre 10.000 foto da selezionare con attenzione.

Un rastasauro.

+  Tra gli obiettivi raggiunti ci metto anche la conoscenza della lingua Quechua. Ho imparato a dire gatto, casa, sole, luna, pianura, città, puma, grazie, buon giorno, arrivederci, pietra: abbastanza da inserirlo tra le lingue nel mio prossimo curriculum.

Io

+ Un obiettivo era rimettermi un po’ in forma dopo tanti anni trascorsi incollato alla scrivania. Ho perso 15 kg, sono 3 mesi e mezzo che non fumo e non mi sono mai sentito meglio.

+  Uno degli obiettivi del viaggio e del blog in particolare era quello di fare innamorare qualcuno della lentezza del viaggio in bicicletta. Ieri ho ricevuto una mail da un ragazzo di vent’anni che vuole partire per un giro per l’Europa di qualche mese e che ha bisogno di qualche consiglio.

A conti fatti, mi sembra che gli obiettivi raggiunti siano più di quelli falliti, quindi va bene.

Domani pomeriggio finisce questa parte del gioco. Lima-Madrid-Istanbul-Smirne.

Ne inizierà un’altra.

Un ringraziamento alle nostre biciclette che ce l’hanno messa tutta per portarci fino alla fine.

Le nostre bici. Abraxas e Kis

Un ringraziamento a Pinar senza la quale non sarei probabilmente neppure partito.

Paolo e Pinar a Uyuni

Grazie a voi, per averci seguito.

Compagnia di dannati

Tra due giorni finirà l’inverno e inizierà bruscamente l’estate. Io mi prenderò un po’ di tempo per decidere cosa fare di questo blog.

il tesoro degli Inca

1 ago

Arriviamo a Cusco mentre la città è in preda ad un’euforia eccezionale e contagiosa: in qualunque piazza si canta, si suona e si balla. Il tempo stringe e se non dovessimo recuperare i biglietti per Machu Picchu non avremmo nessuna difficoltà a lasciarci trasportare dall’umore cittadino.

Ballerine in Piazza a Cusco

Ballerino

All’ufficio informazioni dell’antica capitale Inca ci spiegano che non ci sono strade che portino alla montagna sacra, ed esistono solo tre modi per arrivarci:

  1. A piedi, percorrendo l’Inca Trail, un meraviglioso trekking di 4 giorni, che occorre prenotare con mesi di anticipo, visto che il numero di accessi giornalieri è strettamente regolato e che questo può avvenire solamente attraverso un’agenzia autorizzata.
  2. In treno, utilizzando il comodissimo servizio di una delle tre compagnie: Peru Rail, Inca Rail e Machu Picchu Rail
  3. Improvvisando, nell’assoluto disinteresse di qualunque ufficio informazioni turistiche e contro tutte le agenzie di viaggi disperse per la valle sacra.

Dedichiamo un’intera giornata all’affare Machu Picchu: un’ora di coda per comprare i biglietti di ingresso (34€) e un’altra ora e mezzo per il biglietto del treno da Ollantaytambo (l’ultimo paese raggiunto dalla strada) fino a Aguas Caliente, ai piedi della montagna sacra. Riusciamo a trovare solamente i biglietti del treno di sola andata (38 €) e lasciamo il ritorno alla nostra improvvisazione.

Il piano è quindi il seguente: partiamo in bici da Cusco per fare il giro della Valle Sacra, visitando i luoghi più interessanti della storia degli Inca, poi in treno a Machu Picchu e ritorno in qualche modo a Cusco.

le montagne della Valle Sacra

La Valle Sacra è davvero incantevole, circondata da montagne innevate di oltre  6000 metri di altitudine, è ricchissima di acqua e il clima temperato ha permesso lo sviluppo di un’agricoltura fiorente nel corso dei secoli. Come al solito, la strada è tutta un saliscendi, ma per lo meno è asfaltata ed, essendo scesi un po’ di quota, le nostre gambe girano alla perfezione.

Accampati per la notte

Passiamo la notte accanto alla chiesa di Maras, una delle più antiche del Perù e al mattino siamo i primi a visitare le saline che, come quasi tutto da queste parti, si sviluppano su terrazze gigantesche. Lo spettacolo è impressionante: oltre 5000 vasche davanti ai nostri occhi che rappresentano qualunque possibile sfumatura tra il bianco e il marrone.

Le saline di Maras

Scendendo a valle

Dalle saline prendiamo una mulattiera che in poco più di un km ci porta nel cuore della valle e, seguendo il corso del fiume, a Ollantaytambo, una città Inca vivente, circondata da rovine di templi e fortezze costruiti semplicemente appoggiando pietra su pietra in una geometria perfetta.

Le rovine di Ollantaytambo

La porta del Sole

A Ollantaytambo iniziamo a vedere l’effetto Machu Picchu: i prezzi sono esorbitanti rispetto al resto del paese e, soprattutto, sono generalmente espressi in dollari, in modo che i commercianti possano poi lucrare nuovamente sul tasso di cambio.

Finalmente arriva il giorno della partenza: alla stazione di Ollantaytambo c’è una coda lunghissima, i controlli sono rigorosi. Per salire sul treno si deve esibire biglietto e passaporto. Non ci sono posti in piedi e il servizio è impeccabile, come su un volo di linea. Subito dopo l’imbarco ci servono uno snack e una bevanda per poi lasciarci godere il paesaggio anche attraverso il tetto panoramico. Prima dell’arrivo, uno steward vestito da esploratore tenta di vendere magliette e gadget per il centenario della scoperta del Machu Picchu.

Vendita di gadget sul treno a Machu Picchu

Dopo un’ora e mezzo arriviamo ad Aguas Clientes. Contrariamente a quanto suggerisca il nome, qui non ci sono sorgenti termali calde, o meglio, non più. Sono state sacrificate in nome del turismo di massa, per la costruzione di alberghi di qualità quanto mai scadente e di ristoranti in cui il concetto di fidelizzazione dei clienti non è di interesse per nessuno.

All’indomani la sveglia suona alle 5: vogliamo vedere l’alba dalle rovine, ma a quanto pare non siamo gli unici ad avere la stessa idea. Le strade di Aguas Calientes sono piene di turisti in coda per prendere l’autobus (11€) che porta a Machu Picchu: alle 7 finalmente riusciamo ad accedere al sito turistico più famoso del Sud America che ci lascia davvero a bocca aperta, non solo per come è stato costruito,             quanto per l’inaccessibilità del luogo e per l’assoluta armonia della costruzione con l’ambiente circostante.

La classica cartolina

Le linee morbide del Tempio del Sole

Dettaglio

Ritorniamo ad Aguas Calientes poco prima di mezzogiorno e da qui inizia la vera avventura: tornare a Ollantaytambo dove abbiamo lasciato le biciclette. Si comincia con una passeggiata di due ore lungo i binari, attraverso una meravigliosa e suggestiva jungla fino ad arrivare alla centrale idroelettrica, da qui prendiamo un furgoncino minuscolo ma con 18 posti guidato da un privato che ha fiutato l’affare e che in sole 5 ore e per una cifra esorbitante ci riporta all’albergo.

tornando alle biciclette

Meraviglie della Jungla

A freddo quello che maggiormente ci è rimasto impresso del Machu Picchu è il business che vi ruota intorno, soprattutto ad opera di multinazionali straniere, in una regione in cui ancora molti rimangono esclusi dalla modernità e dai suoi benefici.

Non tutti beneficiano della ricchezza portata dal Machu Picchu

Di fronte alla domanda su come sia arrivato a scoprire le rovine del Machu Picchu, Hiram Bingham nel suo libro “La città perduta degli Inca” racconta di come tutto sia scaturito dalla ricerca dell’ultima capitale degli Inca e del suo tesoro nascosto. Bingham dice di non essere riuscito a trovare alcun tesoro, se non dei reperti storici di valore inestimabile. A distanza di 100 anni si può mettere in dubbio quest’ultima affermazione.

Sulle orme del ‘Che’

12 lug

“Ma perché hai girato?”

“Quando allo zingaro gli gira, gira”

È una delle frasi storiche di Amici Miei di Monicelli e che meglio di qualunque altra possono spiegare il motivo per cui in questo momento ci troviamo a Santa Cruz de la Sierra, una ricca metropoli circondata dalla jungla nella parte orientale della Bolivia.

Il piano originario era di attraversare il paese seguendo una traiettoria sud-nord, da Potosi al Lago Titicaca senza troppe deviazioni: più o meno quello che fanno tutti i turisti che visitano la Bolivia.

Attraversamento

È che dopo qualche settimana trascorsa al freddo e con diverse scocciature causate dall’altitudine, abbiamo incontrato diversi ciclisti provenienti in direzione contraria che ci avvertivano: pedalare la strada da Potosi a La Paz non vale assolutamente la pena. Nel frattempo, sempre più persone ci parlavano di una zona del paese, ricchissima di acqua, dove la temperatura media è di 26°, la vegetazione è rigogliosa e le montagne sono verdi. Abbiamo modificato il piano iniziale, ma che importa?

Traffico nell'ora di punta

In cambio abbiamo conosciuto la città di Sucre e la fiera di Tarabuco che probabilmente non è cambiata negli ultimi 500 anni e abbiamo diviso giorni di viaggio con  Yves e Katja, una coppia di ciclisti canadesi di oltre 50 anni, partiti 9 mesi prima dal Messico e con un sacco di storie da raccontare.

volti dal mercato di Tarabuco

Katja, Pinar, Yves

Lungo la strada abbiamo scoperto come si trebbia il grano e come si cattura un maialino.

La trebbiatura fatta all'antica.

A guardare la nostra mappa, la strada che porta a Santa Cruz doveva essere una specie di sogno proibito di ogni ciclista: dagli oltre 4.000 metri di altitudine di Potosi si arriva ai 425 metri di Santa Cruz. Quello che la nostra mappa non mostra sono le infinite cordigliere che bisogna attraversare per arrivare a destinazione e soprattutto le condizioni della strada, capace di allentare qualunque vite delle nostre biciclette.

Dalle parti di Nuevo Mundo

Sulla strada verso Vallegrande abbiamo accettato un passaggio dall’unico camion passato di lì negli ultimi tre giorni: contadini che trasportavano patate e che cercavano qualcuno con cui condividere le spese di viaggio. Ci hanno lasciato al termine di una salita di 30 km, all’incrocio con la mulattiera che porta a La Higuera, il luogo dove nel 1967 morì Ernesto Che Guevara. I contadini con cui abbiamo viaggiato, pur essendo della zona, non sapevano esattamente chi fosse il Che.

La Higuera è un paesino minuscolo, circondato da una foresta rigogliosissima e con un’economia che si basa principalmente sulla commemorazione del Che e dei suoi 37 compagni caduti nel tentativo di rivoluzione. Nell’unica pensione del paesino dotata di acqua calda facciamo la conoscenza di Michael, una guida turistica di origine tedesco-argentina. Trascorriamo una bella serata con lui e con la sua unica cliente a parlare della probabile depressione del Che nel periodo precedente la sua cattura e dei suoi errori militari.

Il centro di La Higuera

Tra un bicchiere di vino e l’atro Michael ci confessa che a breve riceverà un gruppo di ciclisti norvegesi che gli hanno chiesto un tour esclusivo e per cui lui non si sente pronto: ci rivolge mille domande sul territorio e su cosa possa servire ai ciclisti. Chiudiamo la serata con un patto: all’indomani carichiamo le nostre biciclette e bagagli sul tetto della sua jeep che ci porterà fino a Samaipata dopo aver visitato i luoghi clou della Ruta del Che, in cambio noi gli paghiamo la benzina e lo aiutiamo a progettare il tour per i suoi clienti.

La lavanderia dell'ospedale di Vallegrande nel 1967

La lavanderia di Vallegrande oggi

Arriviamo a Samaipata dopo una giornata intera trascorsa a sentir parlare di guerriglia e tentativi di rivoluzione. In alcuni momenti l’emozione è decisamente forte.

A La Higuera

Samaipata è il luogo ideale per fermarsi, riposare un po’ e dedicarsi alla manutenzione delle biciclette che sembra non abbiano apprezzato particolarmente gli ultimi giorni. Da qui perlomeno ricomincia l’asfalto e la strada è davvero tutta discesa fino Santa Cruz.

Il mercato di Samaipata

La provincia di Santa Cruz è decisamente diversa dal resto della Bolivia.

Ci fermiamo a pernottare in una fattoria biologica gestita da una famiglia di giovani hippie che offrono alloggio ad alcuni ragazzi alle prese con le prime esperienze psichedeliche.

Cris, il suo machete e il generatore di corrente a pedali

Domani si riparte, in autobus, verso il Lago Titicaca.

Note tecniche:
Distanza percorsa fino a questo momento: 2.933 km
Altimetria totale: 30.111 mt

Mappa: http://www.bikemap.net/route/1108355#lat=-18.54963&lng=-64.23127&zoom=8&type=2

Dall’altra parte delle Ande

16 giu

“Dicono che il Paso de Sico sia la frontiera più incantevole e stupefacente di tutta l’Argentina” dice  Marcos, il portiere di turno dell’ostello El Andaluz di Salta “ma forse in bicicletta è troppo dura, anche per voi.”

Io e Pinar ci lanciamo uno sguardo di intesa mentre Leo e Matt, due cicloviaggiatori che condividono la strada da qualche migliaio di chilometri a questa parte, continuano ad osservare attentamente la cartina spiegata. Loro puntano direttamente alla Bolivia, verso nord, non sembrano essere interessati al deserto di Atacama e alle lagune che si trovano subito dopo il confine tra Argentina e Cile.

Leo e Matt all'ostello El Andaluz

Le parole di Marcos mi sono ritornate in mente più e più volte durante gli ultimi giorni. Effettivamente gli  oltre 500 km che dividono Salta da San Pedro de Atacama ci hanno messo a dura prova, niente a che vedere con la precedente traversata della cordigliera.

Il nostro Paso de Sico è durato dieci giorni. Dieci giorni di vento contrario, spesso talmente forte da costringerci a ripararci nelle poche fermate dell’autobus incontrate per la via o a scendere e spingere la bicicletta, non solo in salita, ma anche in pianura.

Alla fermata dell'autobus

Un vento forte e che non ci ha dato tregua di giorno quando ci gettava in faccia polvere e sabbia, né di notte quando sembrava che la nostra tenda fosse a punto di squarciarsi o esplodere.

Controvento

Durante quei dieci giorni abbiamo visto il termometro salire fino a 30° e scendere fino ad almeno -10° all’interno della nostra tenda (scrivo almeno -10°, perché il nostro termometro non va oltre i -10°). Per la cronaca, -10° significa ricordarsi di mettere una bottiglia d’acqua sotto il sacco a pelo prima di addormentarsi, in modo da avere qualcosa da bere al risveglio; significa aspettare che la tenda e i sacchi a pelo si scongelino prima di arrotolarli e metterli via.

Raggio rotto

L'immancabile raggio rotto

In quei dieci giorni abbiamo dovuto razionare cibo e acqua,  ben sapendo che alla frontiera con il Cile qualunque cibo fresco sarebbe stato confiscato e distrutto. Per evitare di trasportare peso inutile abbiamo imparato a mangiare tre volte al giorno cibi in scatola o disidratati, abbiamo fatto colazione con la polenta e con la zuppa di verdura.

Il passo più alto

Il nostro Paso de Sico ha significato pedalare oltre 200 km al di sopra dei 4000 metri di altitudine e a 4.000 metri ti senti il cuore che ti esplode in gola anche solo quando cerchi di uscire dal sacco a pelo. Pedalare a 4.000 metri di altitudine vuol dire fare tappe da 25 km al giorno e soffocarsi con le foglie di coca che non riescono a risolvere il problema della costante mancanza di ossigeno.

Non credo si possa descrivere cosa abbiamo provato in quei 10 giorni.

In mezzo al nulla

Anche noi presto ce ne dimenticheremo, ma ci rimarranno moltissimi ricordi  e altrettante foto di luoghi e situazioni incantevoli.

Santa Rosa de Tastil

Cimitero Andino

Una fredda giornata a San Antonio de los Cobres

Llamas

Al confine col Cile

Paesaggio andino

Vigogna

Salar di Aguas Calientes

Laguna Miscanti

Note tecniche:
Distanza percorsa fino a questo momento: 2.347 km
Altimetria totale: 21.816 m

Mappa: http://www.bikemap.net/route/1046579

Fino alla fine dell’Argentina

2 giu

Il giorno della partenza da Belén l’aria è pungente e mentre aspetto che Pinar esca dal supermercato, mi soffermo sull’ennesima scritta su un muro della città che accusa l’industria mineraria di impoverire la popolazione locale e di distruggere l’ambiente.

l'ennesima accusa all'industria mineraria

La strada scorre via liscia, ci fermiamo di tanto in tanto per mangiare un biscotto o per fare una foto, per il resto rimango assorto nei miei pensieri e non riesco a togliermi dalla mente la chiaccherata avuta qualche giorno prima con Hugo Orquera, minatore.

Hugo Orquera, Minero

Ci sono due modi per estrarre oro da una miniera – diceva – si può usare il sistema tradizionale che impiega molte persone, oppure il metodo moderno, che richiede l’uso di grandi quantità di sostanze chimiche. La chimica è economicamente più vantaggiosa.  Maciniamo chilometri e io non riesco a darmi pace e continuo a chiedermi dove possa essere il beneficio economico, se poi si lasciano intere popolazioni senza acqua o, peggio con i fiumi carichi di sostanze velenose.

Ci vuole un giorno per arrivare a Los Nacimientos, un paesino minuscolo abbastanza vicino alle miniere da avere le falde completamente contaminate. Qui l’acqua, la vendono sfusa, al litro.

Una fredda mattina a Los Nacimientos

Inizia una strada sterrata, il cielo è nuvoloso e il vento soffia dal nord.

È la prima volta che mi avvicino tanto a delle zone di produzione di materie prime per rendermi conto di cosa davvero significhi aprire una montagna per estrarre del metallo, sia esso oro, rame o ferro. Cosa significhi per l’ambiente e per le popolazioni locali.

Ci sono valutazioni che normalmente non si fanno quando si fa shopping: quando compriamo una pentola nuova difficilmente pensiamo all’impatto derivante dall’estrazione del ferro per la realizzazione della pentola; generalmente ci concentriamo esclusivamente sull’utilità del prodotto che stiamo comprando e sul suo prezzo, ma ci sono altri costi che non vengono inclusi nel prezzo di vendita ma che vengono sostenuti dalle popolazioni locali senza che ce se ne renda conto. Forse è per questo motivo che da queste parti la gente tende a riparare le cose vecchie invece che buttarle via.

Quello che rimane di Quilmes

La strada scivola via sotto i nostri copertoni e presto ci troviamo a Quilmes, una specie di Pompei dove si possono ammirare i resti di un villaggio Diaguita. La storia di questo posto parla di una deportazione di massa ad opera degli spagnoli che abbisognavano di manodopera per la costruzione di Buenos Aires. Le forze del colonialismo europeo poterono ben più di un vulcano esploso e qui ormai rimane ben poco da visitare, poco più che le fondamenta delle case e qualche centinaio di cactus giganti.

Gli abitanti dei pueblitos attorno alle rovine sono tutti indios Diaguita e sono in preda ad una sorta di schizofrenia: sono assai orgogliosi delle proprie origini, ma la storia ha cancellato ogni accenno alle tradizioni e ai costumi precedenti l’arrivo degli Spagnoli.

Una cantina e la sua vigna

Lasciamo la provincia di Tucuman per entrare in quella di Salta che ci accoglie con vigneti a perdita d’occhio e una serie di cantine che ci invitano a fermarci per un assaggio. Improvvisamente sembra che le condizioni economiche dei locali siano migliori qui: l’enoturismo vale più dell’oro. Tiriamo dritto fino a Cafayate dove finalmente troviamo una cittadina che meriti di essere visitata. Dopo aver stappato una bottiglia di Torrontes fresca è un piacere rinchiudersi nella chiesa locale a fare un po’ di foto.

Il mistero svelato

Al nostro risveglio il cielo è nuovamente pieno di nubi e tutti non fanno che ripeterci che i prossimi km che abbiamo innanzi a noi saranno i più incantevoli di tutto il nostro viaggio fino a questo momento. Il gestore del camping dove abbiamo passato la notte ci racconta nel dettaglio la Ruta 68 che ci porterà a Salta. Ci parla di formazioni rocciose rosse come il fuoco, modellate dall’acqua e dal vento, di luoghi con nomi affascinanti come l’anfiteatro o la garganta del diablo.

La Quebrada de las Conchas

Ma il vino del giorno prima ci ha lasciato un discreto mal di testa e le gambe molli, la bassa pressione certo non aiuta. Decidiamo di rifugiarci nella nostra tenda molto prima del calare del sole, non appena troviamo un luogo con un panorama abbastanza incantevole a cui affidare il nostro risveglio.

I mille colori della quebrada de las Conchas

All’indomani il cielo è un po’ più sgombro e anche noi siamo decisamente più in forma. Ci mettiamo a pedalare di buona lena fino ad incontrare il Noah, un piccolo uomo di 18 mesi che si porta dietro la mamma, il papà ed il cane per il suo primo viaggio in bicicletta dal Cile al Messico per una durata di 2 anni. Ci fermiamo a parlare con questa famiglia particolare per una buona mezzora scambiandoci opinioni e  ci lasciamo con un abattuta: “i cicloviaggiatori sono tutti fratelli di madri diverse, esattamente come i politici sono tutti fratelli di padri diversi”.

Il piccolo Noah, cicloviaggiatore

Effettivamente il paesaggio è spettacolare, proprio come ci avevano preannunciato e forse anche di più.

Ci fermiamo di tanto in tanto a fare qualche foto e a scambiare impressioni con altri personaggi che incontriamo lungo la strada. Ormai siamo stanchi di rispondere alle domande dei turisti convenzionali che ci chiedono “da quanto tempo siete in giro?”, “di dove siete?”, “Dove andate?” e stiamo iniziando a dare risposte a caso: Siamo Irakeni; siamo in viaggio da tre anni; andiamo alle Isole Fiji.

Un pezzo della strada

Arriviamo nella città di Salta in pieno pomeriggio e, dopo tanti giorni passati in mezzo al nulla, ritrovarsi in una città di mezzo milione di abitanti è frastornante. Non siamo più abituati ai supermercati e vedere della carta igienica doppio strato o avere la possibilità di comprare del latte fresco ci fa venire le vertigini.

Nel centro di Salta incontriamo altri cicloviaggiatori

Essere arrivati a Salta è un grande traguardo per noi: significa essere arrivati al confine nord dell’Argentina. Significa aver superato la fase preliminare e che le gambe a questo punto sono rodate al punto giusto. Da qui il gioco si fa duro. Si parla di varcare nuovamente la Cordigliera, passi da 4.500 metri, Deserto di Atacama, notti sotto lo zero, la Bolivia. Tuttavia la gioia di essere arrivati fino qui è incontenibile.

Plaza 9 julio, Salta

È il momento di stappare un’altra bottiglia di vino. Malbec, questa volta.

Enocicloturismo

Note tecniche:

Distanza percorsa fino a questo momento: 1.807 km

Altimetria totale: 15.735 m

Giorni senza fumare: 33

Differenza peso corporeo: -7 kg