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Se questa è una campagna per la sicurezza stradale

13 Dic

se non sai comunicare

Quella che vedete qui sopra è la nuova campagna per la sicurezza  stradale presentata oggi dalla fondazione ANIA e realizzata dal maestro Oliviero Toscani. Aldo Minucci, presidente dell’ANIA ha detto: “Con questa nuova campagna vogliamo far capire che, sulla strada, una guida irresponsabile può avere conseguenze drammatiche”.

Più di ogni altro, colpisce la chiosa di Oliviero Toscani:  “Questa campagna vuole rimuovere l’indifferenza che circonda il tema della incidentalità stradale, un dramma che può coinvolgere tutti. Vuole costringerci – attraverso un’immagine evocativa – a guardare in faccia la realtà: la strada può essere causa di dolore per sé e per gli altri.”

Voi che ne dite? Funziona?

Io per avere un termine di paragone ho voluto dare un’occhiata alle campagne lanciate in altre parti del mondo.

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pensaci

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Il Ministero e i troll in prima linea.

21 Set

La notizia è che hanno appena lanciato una campagna di comunicazione per migliorare la sicurezza di chi va in bici, il fatto che la coampagna sia stata lanciata dal Ministero dei Trasporti britannico rende la cosa meno interessante: il solito voto alto preso dal secchione della classe.

Il motto è “Let’s look out for each other” (facciamo attenzione gli uni agli altri) e l’obiettivo è quello di superare quella spiacevole dicotomia, che anche noi italiani conosciamo molto bene, per cui ciclisti e automobilisti vengono vissuti come categorie antagoniste, in perenne lotta tra loro. Una recente indagine, infatti, ha evidenziato che l’80% dei ciclisti britannici sono in possesso di una patente di guida, mentre il 20% degli automobilisti usa la bicicletta almeno una volta al mese. Questi dati evidenziano che non esistono automobilisti o ciclisti, ma piuttosto, esistono persone che arbitrariamente e a seconda delle circostanze decidono di utilizzare un mezzo di trasporto, piuttosto che l’altro.

La campagna inglese rivolge quindi 6 suggerimenti agli automobilisti e ai ciclisti; tra i più interessanti c’è l’invito agli automobilisti di lasciare ai ciclisti lo spazio necessario al momento di sorpassarli o, in caso di mancanza di spazio, di aspettare che la strada si allarghi a sufficienza per farlo in sicurezza

Mentre oltremanica qualcuno ha anche il coraggio di lamentarsi della campagna, in Italia dobbiamo accontentarci di un Ministro degli Interni che gira con una spilla a forma di bicicletta sul bavero della giacca e che al massimo riesce a dire che “i ciclisti andrebbero aiutati”, di un Ministro dell’Ambiente che, dopo aver dimenticato  la giornata nazionale della bicicletta 2012, sembra che snobberà anche gli Stati Generali della Bicicletta e un Ministro dei Trasporti che sembra non riesca a pensare ad altro che alle trivellazioni. A questo si aggiunge poi un diffuso odio sociale nei confronti di chi usa la bicicletta che, invece di essere contrastato, ha trovato libero sfogo la scorsa notte, quando il gruppo Facebook di #salvaiciclisti è stato preso in ostaggio da un gruppo di stronzi annoiati desiderosi di esternare il proprio disprezzo nei confronti di chi si muove in bicicletta in nome di chissà quale superiorità morale.

Nulla di eclatante, insomma, è il solito brutto voto preso dall’ultimo della classe. Ma tanto noi potremo sempre dire che non accettiamo lezioni di civiltà da un paese che non conosce la funzione del bidet e che i problemi sono ben altri.

Una lezione da oltremanica

2 Feb

Questa mattina il Times è uscito con una home page a sorpresa: niente titoloni sulla morsa del gelo, sulla crisi o sulle primarie repubblicane negli USA, ma con una campagna per la promozione della sicurezza dei ciclisti.

La homepage di oggi del Times

La campagna parte da un evento che tocca direttamente la redazione del giornale londinese: lo scorso novembre Mary Bowers, giornalista di 27 anni, rimane vittima di un incidente in biciletta contro un camion proprio sulla strada per recarsi al lavoro.  Al momento Mary è ancora ricoverata in ospedale stato di incoscienza.

Tragicamente un incidente di questo tipo è tutto fuorché raro. Più di 27.000 ciclisti sono stai uccisi o sono rimasti seriamente feriti sulle strade britanniche negli ultimi 10 anni.

La campagna del Times coinvolge i propri lettori a cui chiede di inviare le proprie storie di tragica ciclabilità quotidiana e ha creato un hashtag per promuovere la sicurezza in bicicletta attraverso Twitter: #cyclesafe.

Il Times ha inoltre pubblicato un manifesto di 8 punti chiedendo che le città Britanniche siano più a misura di ciclisti:

  1. I camion che entrano in un centro urbano devono, per legge, essere dotati di sensori, allarmi sonori che segnalino la svolta, specchi supplementari e barre di sicurezza che evitino ai ciclisti di finire sotto le ruote.
  2. I 500 incroci più pericolosi del paese devono essere individuati , ripensati e dotati di semafori preferenziali per i ciclisti e di specchi che permettano ai camionisti di vedere eventuali ciclisti presenti sul lato.
  3. Deve essere condotto un audit nazionale per determinare quante persone vanno in bicicletta in Gran Bretagna e quanti ciclisti vengono uccisi o feriti.
  4. Il 2% del budget dell’agenzia per le strade (equivalente dell’ANAS italiano) deve essere destinato alla creazione di piste ciclabili di nuova generazione, quindi 100 milioni di sterline all’anno per la creazione di infrastrutture ciclistiche. Ogni anno le città dovranno essere valutate sulla base della qualità dell’offerta ciclistica.
  5. Si deve migliorare la formazione di ciclisti e autisti deve migliorare e la sicurezza dei ciclisti deve diventare una parte fondamentale dei test di guida.
  6. 20 miglia all’ora (32 km/h) deve essere il limite di velocità massima nelle aree residenziali sprovviste di piste ciclabili.
  7. I privati devono essere invitati a sponsorizzare la creazione di piste ciclabili e superstrade ciclabili prendendo ad esempio lo schema di noleggio bici londinese sponsorizzato dalla Barclays
  8. Ogni città deve nominare un commissario ala ciclabilità per promuovere le riforme.

È triste che un giornale debba perdere dei collaboratori in questo modo per rendersi conto dell’esigenza di cambiamento, ma è ancora più triste che non basti neppure questo per far muovere alcuni editori.

Mi riferisco in particolare alla storia di PierLuigi Todisco, giornalista della Gazzetta dello Sport investito in bicicletta da un camion il 7 ottobre 2011 a Milano. Per lui solo un macabro trafiletto in cui  Corriere.it teneva a precisare:  Todisco viaggiava nella stessa direzione di marcia di un autocarro che stava per superarlo quando, per il forte vento o per un malore, è caduto sotto le ruote del mezzo. Insomma, se l’è cercata.

 

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