Tag Archives: bolivia

Le magie del Titikaka

23 lug

Al lago Titikaka abbiamo varcato il confine tra Bolivia e Perù, seppur con un senso di malinconia.

Il Titikaka, con i suoi 3800 mt. di altitudine è il più alto lago navigabile al mondo, il 5° per estensione ed è stato la culla di civiltà precedenti agli Inka. E’ un tuffo a piedi pari nell’archeologia e antropologia di un mondo davvero lontano.

Ecco come l’abbiamo vissuta noi.

Signora illimani

Verso Tiwanaku

Mummia preincaica

Monolite Tiwanaku

Verso la Isla del Sol

Le patate sono la base dell'alimentazione sulle isole

Gli Uros vivono sopra isole galleggianti

Un Urino (giovane Uros)

Bambina su un'imbarcazione Uros

tegami

ù

Amantani sembra una delle mille isole del nostro Mediterraneo.

Amantani è un'isola senza auto. Nonostante questo gli abitanti non sembrano molto stressati

Taquile, la Plaza

Taquile: Il campanile

La porta di Taquile

Bambina infida

Il tempo a nostra disposizione è quasi terminato. Dobbiamo scegliere se pedalare fino a Lima o fermarci con calma a Cusco, vedere il festival della Pachamama, il Machu Picchu e la Valle Sacra + shopping di souvenir per addobbare una casa che ancora non abbiamo.

Voi, invece? Cicloprogetti per l’estate?

Sulle orme del ‘Che’

12 lug

“Ma perché hai girato?”

“Quando allo zingaro gli gira, gira”

È una delle frasi storiche di Amici Miei di Monicelli e che meglio di qualunque altra possono spiegare il motivo per cui in questo momento ci troviamo a Santa Cruz de la Sierra, una ricca metropoli circondata dalla jungla nella parte orientale della Bolivia.

Il piano originario era di attraversare il paese seguendo una traiettoria sud-nord, da Potosi al Lago Titicaca senza troppe deviazioni: più o meno quello che fanno tutti i turisti che visitano la Bolivia.

Attraversamento

È che dopo qualche settimana trascorsa al freddo e con diverse scocciature causate dall’altitudine, abbiamo incontrato diversi ciclisti provenienti in direzione contraria che ci avvertivano: pedalare la strada da Potosi a La Paz non vale assolutamente la pena. Nel frattempo, sempre più persone ci parlavano di una zona del paese, ricchissima di acqua, dove la temperatura media è di 26°, la vegetazione è rigogliosa e le montagne sono verdi. Abbiamo modificato il piano iniziale, ma che importa?

Traffico nell'ora di punta

In cambio abbiamo conosciuto la città di Sucre e la fiera di Tarabuco che probabilmente non è cambiata negli ultimi 500 anni e abbiamo diviso giorni di viaggio con  Yves e Katja, una coppia di ciclisti canadesi di oltre 50 anni, partiti 9 mesi prima dal Messico e con un sacco di storie da raccontare.

volti dal mercato di Tarabuco

Katja, Pinar, Yves

Lungo la strada abbiamo scoperto come si trebbia il grano e come si cattura un maialino.

La trebbiatura fatta all'antica.

A guardare la nostra mappa, la strada che porta a Santa Cruz doveva essere una specie di sogno proibito di ogni ciclista: dagli oltre 4.000 metri di altitudine di Potosi si arriva ai 425 metri di Santa Cruz. Quello che la nostra mappa non mostra sono le infinite cordigliere che bisogna attraversare per arrivare a destinazione e soprattutto le condizioni della strada, capace di allentare qualunque vite delle nostre biciclette.

Dalle parti di Nuevo Mundo

Sulla strada verso Vallegrande abbiamo accettato un passaggio dall’unico camion passato di lì negli ultimi tre giorni: contadini che trasportavano patate e che cercavano qualcuno con cui condividere le spese di viaggio. Ci hanno lasciato al termine di una salita di 30 km, all’incrocio con la mulattiera che porta a La Higuera, il luogo dove nel 1967 morì Ernesto Che Guevara. I contadini con cui abbiamo viaggiato, pur essendo della zona, non sapevano esattamente chi fosse il Che.

La Higuera è un paesino minuscolo, circondato da una foresta rigogliosissima e con un’economia che si basa principalmente sulla commemorazione del Che e dei suoi 37 compagni caduti nel tentativo di rivoluzione. Nell’unica pensione del paesino dotata di acqua calda facciamo la conoscenza di Michael, una guida turistica di origine tedesco-argentina. Trascorriamo una bella serata con lui e con la sua unica cliente a parlare della probabile depressione del Che nel periodo precedente la sua cattura e dei suoi errori militari.

Il centro di La Higuera

Tra un bicchiere di vino e l’atro Michael ci confessa che a breve riceverà un gruppo di ciclisti norvegesi che gli hanno chiesto un tour esclusivo e per cui lui non si sente pronto: ci rivolge mille domande sul territorio e su cosa possa servire ai ciclisti. Chiudiamo la serata con un patto: all’indomani carichiamo le nostre biciclette e bagagli sul tetto della sua jeep che ci porterà fino a Samaipata dopo aver visitato i luoghi clou della Ruta del Che, in cambio noi gli paghiamo la benzina e lo aiutiamo a progettare il tour per i suoi clienti.

La lavanderia dell'ospedale di Vallegrande nel 1967

La lavanderia di Vallegrande oggi

Arriviamo a Samaipata dopo una giornata intera trascorsa a sentir parlare di guerriglia e tentativi di rivoluzione. In alcuni momenti l’emozione è decisamente forte.

A La Higuera

Samaipata è il luogo ideale per fermarsi, riposare un po’ e dedicarsi alla manutenzione delle biciclette che sembra non abbiano apprezzato particolarmente gli ultimi giorni. Da qui perlomeno ricomincia l’asfalto e la strada è davvero tutta discesa fino Santa Cruz.

Il mercato di Samaipata

La provincia di Santa Cruz è decisamente diversa dal resto della Bolivia.

Ci fermiamo a pernottare in una fattoria biologica gestita da una famiglia di giovani hippie che offrono alloggio ad alcuni ragazzi alle prese con le prime esperienze psichedeliche.

Cris, il suo machete e il generatore di corrente a pedali

Domani si riparte, in autobus, verso il Lago Titicaca.

Note tecniche:
Distanza percorsa fino a questo momento: 2.933 km
Altimetria totale: 30.111 mt

Mappa: http://www.bikemap.net/route/1108355#lat=-18.54963&lng=-64.23127&zoom=8&type=2

Le cose belle

1 lug

Ricapitolando:

La situazione è la seguente: io e Pinar abbiamo lasciato il lavoro e siamo partiti esattamente due mesi fa da Milano Malpensa verso Santiago del Chile dove abbiamo iniziato un tour in bicicletta in direzione nord attraverso Argentina e Cile, fino ad arrivare a Sucre, capitale della Bolivia. Qui, in attesa della vaccinazione per la febbre gialla, ci godiamo la città più bianca del mondo e ci abbuffiamo di frutti strani dal nome impronunciabile.

Siamo circa a metà del nostro viaggio: il 1 settembre inizierà per me il corso intensivo di Turco a Smirne, Turchia. Qui, io e Pinar ricominceremo la nostra vita con dei nuovi vicini di casa, un lavoro nuovo, una lingua diversa e, speriamo, qualche opportunità in più.

Durante questi due mesi abbiamo avuto modo di vedere, vivere e assaporare cose che altrimenti non avremmo mai conosciuto. Cose belle e cose meno belle, belle come il sorriso delle persone che hanno il tempo di parlarti, e cose meno belle, come il fatto di non avere una casa, come vivere con un solo paio di pantaloni, due paia di mutande, un sacco a pelo che, a pensarci, dovrebbe essere lavato.

Tra le cose belle ci metto l’avere scoperto che non servono tanti soldi per essere felici. Inizio anche a nutrire il sospetto che la parte migliore della vita sia quella che si trascorre lontano dall’ufficio, coltivando le proprie passioni e che forse ci sono cose più importanti della  carriera…

Le cose belle in questo momento sono talmente tante che sono felice di aver fatto un passo che ad alcuni era sembrato azzardato, coraggioso. Le cose belle sono talmente tante che non riesco a immaginare nulla che  possa riuscire a farmi pentire di essere partiti per questo viaggio. Credo che fotografare significhi cercare il bello nel mondo attraverso il mirino della propria macchina fotografica ed io in questo momento lo sto cercando moltissimo. Chi cerca trova.

Tra le cose belle ci metto anche la bianchissima città di Sucre ed i suoi abitanti, che io ho visto così:

San Felipe

Lavoratori in sicurezza

Al mercato

Il figlio della mendicante

Sacchi di patate

La venditrice che si scaccola.

Domani si riparte.

Bolivia: la Pachamama e i minatori di Potosi

29 giu

Potosi nel 1650 con i suoi 120.000 abitanti era la città più popolosa del mondo.

Potosi è la città più alta del mondo, 4.065 metri, è aggrappata con le unghie e coi denti al dorso di una montagna, il Cerro Rico.

Potosì è anche la città che maggiormente ha portato ricchezza nel mondo: in quasi 500 anni ha estratto oltre 46.000 tonnellate di argento dalle proprie miniere. In Spagnolo è ancora in un uso l’espressione Vale un Potosi per indicare qualcosa di grande valore.

La chiesa di San Benito, Potosi

Potosi e il Cerro Rico

Potosi sta al colonialismo come Auschwitz sta al nazismo. Si calcola che fino al momento dell’indipendenza boliviana qui oltre 8 milioni di indigeni persero la vita a causa delle condizioni di lavoro.

Oggi Potosi è una città affascinante, con un’architettura che ancora parla del ricco passato, ma anche del presente economicamente molto difficile.

La facciata nascosta di Potosi

Venditrice ambulante

Le 182 imprese minerarie presenti in città lavoro ad oltre 19.000 persone, soprattutto indios di lingua Quechua che ancora conservano tradizioni e costumi antichissimi. Tra questi, il culto della Pachamama, la divinità precolombiana che rappresenta la Madre Terra.

Poiché l’attività mineraria si svolge integralmente all’interno delle viscere della terra, la devozione da parte dei minatori nei confronti della Pachamama è massima. In occasione del solstizio, i minatori compiono offerte e sacrifici propiziatori alla Madre Terra e ai demoni che albergano nella miniera.

Il rituale prevede la condivisione con la divinità e coi demoni di tabacco, foglie di coca, alcool e sigarette e termina con il sacrificio di alcuni lama di fronte all’ingresso della miniera allo scopo di placarne la sete di sangue.

A Potosi non si parla molto del genocidio compiuto dagli spagnoli con la spada con la croce.

Qui si parla solo di miniere, di argento, di zinco e del Cerro Rico che in Quechua si chiama Sumaj Orcko, montagna sacra.

Forse è meglio così.

Il villagio dei minatori

Tabacco, foglie di coca, alcool

Ridateci la bicicletta!

24 giu

Se c’è una cosa che davvero non amo sono i tour organizzati . Non li amo quando ci ricoprono di polvere, quando ci sorpassano lungo le strade più sconnesse e non li amo quando vi prendo parte.

Da San Pedro de Atacama (Chile) a Uyuni (Bolivia) sono oltre 500 km e ci sono due vie per arrivarci: una che sfrutta strade tradizionali e ben poco spettacolari e una che, sfruttando piste sterrate e mulattiere, permette l’accesso a lagune multicolori, geyser e vulcani nascosti nel cuore delle Ande.

Fumarole

Acque termali, a 4000 metri di altitudine

Avevamo previsto quest’ultima opzione, ma dopo l’ultima avventura, abbiamo deciso di documentarci per benino prima di partire. Altri ciclisti raccontano di traversate epiche durate decine di giorni, gran parte dei quali trascorsi a spingere la bici su piste di sabbia, a cambiare raggi a ripetizione o addirittura giorni interni trascorsi in tenda nell’attesa che smetta di nevicare.

Il giorno prima della partenza la gente a San Pedro parla di tormenta e di passi di confine chiusi per neve.

Esempio di tormenta

No Grazie.

Facciamo il giro delle agenzie di viaggio del pueblo e scopriamo che un passaggio da San Pedro a Uyuni a bordo di un 4×4 vale quattro spicci, vitto e alloggio inclusi. Affare fatto!

La bici sul tetto

Se c’è una cosa che non mi piace dei viaggi organizzati è il rapporto che si instaura tra il viaggiatore e l’autista, quanto mai simile al rapporto tra cane e dog sitter. Il dog sitter decide quando si esce e dove si va, quanto tempo a disposizione per ogni angolo, quando si mangia e dove si dorme e a nulla possono valere le rimostranze di chi vuole fermarsi un po’ più a lungo in un luogo o mangiare un boccone in più. Neanche la musica si può discutere. Nel nostro caso, musica elettronica melodica boliviana. Un CD solo, graffiato e in modalità repeat.

Lama nella Isla del Pescado

La seconda cosa che non mi piace dei viaggi organizzati è la curiosità morbosa che si sviluppa attorno a noi ciclisti. Una curiosità dettata più dalla noia del viaggio che dal reale interessamento. Ciascuna tipologia di viaggiatore finisce quindi per rivolgerci attenzioni particolari e domande in linea con il proprio modo di essere:

  • La fashion victim in viaggio con trolley e ballerine, che lotta con l’eye liner mentre la jeep guada fiumi e fossati, ci chiede cosa facciamo quando buchiamo. Cambiamo la camera d’aria?
  • Il tecnopate in perenne simbiosi con il suo iPhone  ci chiede come riusciamo ad orientarci senza un navigatore GPS. Con la bussola?
  • Il business man ci chiede se non si faccia prima con una moto. Si, e con l’aereo è ancora più veloce!
  • L’intellettualoide con il dito indice perennemente piantato a pagina 37 della biografia del Che ci chiede se secondo noi i Sud America è cambiato molto da quando il giovane Guevara fece il suo giro in moto. Non saprei, non ero ancora nato.
  • L’aspirante Rambo, in genere statunitense, ci chiede quali armi di difesa portiamo con noi. Apriscatole e cavatappi: utilissimi per difendersi dalla fame e dalla sete.

Con questo passaggio ci siamo risparmiati un paio di settimane di fatiche, ma al nostro arrivo a Uyuni siamo entusiasti di rimettere le terga sulla sella. Le nostre bici ci sono mancate moltissimo in questi giorni e soprattutto ci è mancata la possibilità di  improvvisare e di:

–          Fermarsi a mangiare o a dormire nel posto più spettacolare incontrato lungo la strada

L'hotel da un miliardo di stelle

–          Aspettare la luce migliore per fare la foto di uno scorcio particolare

Una montagna del cactus

–          Andare al mercato locale a comprare del cibo

Madre e figlio al mercato

–          Realizzare tour notturni esclusivi guidati solo dalla luna piena

La Valle della Luna, illuminata dalla luna piena

–          Scambiare sorrisi coi passanti.

Cortesie tra ciclisti

Convinti?

Si parte?