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#salvaiciclisti: la bicicletta è politica.

24 Giu

Sono passati quasi 5 mesi dalla nascita della campagna #salvaiciclisti e, inevitabilmente, più passa il tempo, meno persone sanno esattamente di cosa si tratta. Leggendo qua e là su forum, gruppi e blog ho notato che esistono le più disparate interpretazioni di una campagna che in brevissimo tempo si è trasformata in un movimento di opinione destinato, passo dopo passo, a cambiare per sempre le strade italiane.

Cade quindi a fagiolo l’uscita di questo libro che si pone l’obiettivo di raccontare come è nato questo movimento e le logiche che ne stanno alla base. Oltre a raccontare la cronostoria di #salvaiciclisti dal momento del lancio dalle colonne del Times fino arrivare alla più grande bicifestazione a sostegno della ciclabilità che la storia ricordi, lo scorso 28 aprile, il libro presenta poi una breve analisi politologica del fenomeno e, quindi, una breve storia per sommi capi della bicicletta come strumento di azione politica, dal momento del suo ingresso in società fino ai giorni nostri.

Leitmotiv di tutto il libro è la logica per cui la bicicletta non è solo uno strumento di ricreazione o per la pratica sportiva, ma soprattutto un mezzo di trasporto che, in quanto tale è in grado di modificare la nostra vita e, di conseguenza, la politica. Dall’emancipazione femminile ai ciclisti rossi, dalla prima guerra mondiale, alla resistenza, passando per l’attentato a Togliatti del 1948, i Provos, Ivan Illich e arrivando alla Critical Mass è sconvolgente vedere quante volte nel corso solo dell’ultimo secolo la bicicletta abbia modificato il corso della Storia.

L’autore è Pietro Pani, ma è solo un nome di fantasia, l’italianizzazione di Peter Pan: rappresenta il reale bisogno della politica del nostro paese: il bisogno di riscoprire la forza e il coraggio che solo i giovani possiedono. Quella forza e quel coraggio senza i quali l’Italia è condannata ad una corsa a rotta di collo verso il baratro.

di Pietro Pani “Salva i Ciclisti: la bicicletta è politica“, ed. Chiarelettere. 190 pagine

Lo trovate in libreria, prezzo di copertina 7,90 euri.

Buona lettura.

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L’eterno ritorno del 28 aprile.

23 Apr

Ci sono delle date che si ripresentano costantemente nella vita delle persone.

Per me il 28 aprile è una di queste.

Il 28 aprile 2011 è stato il giorno in cui io e mia moglie siamo saliti su un aereo per lasciarci alle spalle le amarezze di un paese lanciato a tutta velocità verso il fondo del barile.

Perché?

Perché l’Italia è quel paese in cui ti trattano come un ragazzino anche se hai più di 30 anni e devi pregare in ginocchio che ti venga offerta l’opportunità di dimostrare quello che vali. Ti dicono che sei troppo giovane, “che cosa ne vuoi sapere tu?”, che si è sempre fatto così, “e tu chi ti credi di essere per cambiare le cose?”. L’Italia è quel paese in cui per portare qualcosa di nuovo devi dimostrare di essere abbastanza vecchio da aver maturato l’esperienza necessaria per aver dimenticato qualunque forma di creatività. Oppure devi avere le conoscenze giuste.

Io di conoscenze giuste non ne ho mai avute. Mio padre non è mai stato presidente di nessuna azienda, i suoi amici non hanno mai ricoperto posizioni influenti, politici in famiglia non ce ne sono mai stati.

A un certo punto io e mia moglie abbiamo deciso di smettere di farci andare bene una situazione che non andava bene e abbiamo deciso di emigrare. Coi soldi della liquidazione siamo partiti per un viaggio in bicicletta attraverso il Sud America: Cile, Argentina, Bolivia, Perù. Tre mesi e mezzo di tenda e cucina da campo, vita vera senza filtro, insomma.

Il rientro non è stato in Italia, ma in Turchia, a Smirne, la città originaria di mia moglie. Qui lei ha trovato immediatamente lavoro, una buona posizione, io mi sono iscritto a un corso intensivo di Turco per riuscire a integrarmi il più velocemente possibile nel mio nuovo paese. Giunto al momento di cercare un lavoro, è capitato l’inaspettato: il 2 febbraio ho scorto la notizia del lancio della campagna cities fit for cycling del Times e, contattati una trentina di blogger che si occupano di ciclismi, ho proposto loro di replicare l’iniziativa. Chiamiamola #salvaiciclisti, pubblichiamo tutti insieme alle 12 dell’8 febbraio”.

Abbiamo stupito tutti.

Tra 4 giorni ai Fori Imperiali a Roma si terrà la bicifestazione a supporto di quello che nel frattempo è diventato un movimento. Sarà di nuovo il 28 aprile.

Nei 12 mesi che vanno da un 28 aprile all’altro ho imparato che per cambiare le cose ci vuole coraggio, ma che forse ce ne vuole ancora di più per non cambiarle facendosi andare bene il cappio attorno al collo che si stringe sempre di più e a me quel coraggio manca. Ho capito che si dovrebbe prendere a calci in culo pubblicamente tutti coloro che si permettono di dire “abbiamo sempre fatto così” e che per portare novità e innovazione servono inesperienza ed entusiasmo. Ho scoperto che a 33 anni (facciamocene tutti una ragione) non sei più un giovane, ma un adulto e dovresti essere trattato come tale.

Voglio dire una cosa alle aziende che non mi hanno voluto assumere o non mi hanno voluto dare fiducia perché troppo inesperto, troppo giovane o troppo spregiudicato: avrei potuto lanciare una campagna della portata di #salvaiciclisti per conto vostro, ma non me ne avete offerto l’opportunità per non interrompere la vostra corsa a rotta di collo verso il baratro.

Bel colpo 😉

Una Questione di Metodo

19 Mar

Abbiamo indetto una bicifestazione per il 28 Aprile a Roma in contemporanea con Londra. Vogliamo dimostrare che #salvaiciclisti non è un fenomeno digitale, ma un movimento fatto di persone in carne ed ossa che non vogliono diventare il prossimo nome nascosto tra le righe di un minuscolo articoletto nella cronaca di un giornale locale.

Nonostante in molti spingessero per organizzare quella che in gergo ciclistico si chiama Critical Mass (un gigantesco serpentone di biciclette che occupano le strade della città generando traffico), alla fine abbiamo deciso di seguire il protocollo e abbiamo comunicato alla questura di Roma la nostra volontà di riunirci a mangiare un panino tutti insieme ai Fori Imperiali, esattamente come prevede l’art. 17 della Costituzione, che recita:

“I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi. Per le riunioni, anche in luogo aperto al pubblico, non è richiesto preavviso. Delle riunioni in luogo pubblico deve essere dato preavviso alle autorità, che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica.”

La storia è nota: la prima volta i nostri sono stati rimbalzati dalla questura dicendo che non era possibile fare manifestazioni a bordo di veicoli in quanto espressamente vietato dal Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza.

Due giorni fa alcuni di noi sono tornati all’attacco accompagnati da un legale e all’improvviso il divieto di indire manifestazioni a bordo di veicoli sembrava sparito, ma i questurini questa volta li hanno rimbalzati dicendo che serviva un preventivo assenso del comune.

Nonostante le pretese della questura siano al di fuori di qualunque legalità, i nostri sono andati in Comune e hanno depositato la richiesta protocollata col numero RA/17577.

Ora, #salvaiciclisti è un movimento che può contare sul supporto di decine di migliaia di persone, tra loro ci sono anche deputati e senatori, giudici, sindaci, presidenti di provincia: gente influente insomma che con una telefonata potrebbe sicuramente sbloccare la situazione.

Quello che non  capisco è perché mai dovremmo chiedere l’intercessione di un potente affinché ci venga riconosciuto un diritto sancito dalla Costituzione.

L’Italia negli ultimi decenni ci ha abituato al peggio. La nostra storia recente ci ha fatto capire che senza la spintarella non arrivi da nessuna parte, che se non conosci nessuno non ce la farai mai, che se non chiedi favori nessuno sarà mai disposto a riconoscerti quanto ti spetta e che per quanto tu sia sporco e invischiato, se conosci le persone giuste non ti devi preoccupare perché tanto ne uscirai a testa alta.

#salvaiciclisti è una battaglia di civiltà e questa Italia è l’antitesi della civiltà.

Se vogliamo che le regole vengano rispettate, dobbiamo essere i primi a rispettarle.

Noi abbiamo rispettato il protocollo.

Preghiamo le forze dell’ordine di prendere atto perché a Roma il 28 Aprile saremo tantissimi