Archivio | luglio, 2012

Lettera aperta al direttore del Corriere della Sera, @debortolif

20 Lug

Egregio Direttore, Dott. Ferruccio DeBortoli,

Dopo la sua mail stringata del 16 aprile (lo scambio si trova a fondo pagina) ho sperato vivamente che di lì a poco sarebbe realmente arrivato un impegno forte da parte della sua testata a sostegno di #salvaiciclisti e di tutti coloro che si battono per  avere strade più sicure e città i cui gli spazi siano destinati alle persone e non più all’automobile.

Dopo oltre 3 mesi di attesa, ho deciso di tornare a scriverle, per ricordarle la parola data.

Citare quante persone hanno perso la vita nell’arco degli ultimi tre mesi solo perché hanno scelto di usare la bicicletta creerebbe una lista troppo lunga, per brevità mi limiterò pertanto a ricostruire solamente gli ultimi 10 giorni di cronaca nera:

11 Luglio, Padova, Giorgia Graziano, 13 anni

12 Luglio, Como, Valerio Zeffin, 18 anni

14 luglio, Cagliari, Giovanni Fantola, 49 anni

16 luglio, Treviso, Paolo Tomasello, 44 anni

18 luglio, Cremona, Germana Bolsi, 71 anni

18 luglio, Treviso, Orlando Danieli, 78 anni

19 luglio, Torino, Gianmatteo Gerlando, 28 anni,

20 luglio, Forlì, Pasquale Pieraccini, 65 anni

La lista dei morti rappresenta il sintomo di un male diffuso che colpisce la nostra società, ma non è certo l’unico: negli ultimi 10 anni si sono verificate 56 mila morti sulle strade italiane, gli incidenti stradali sono la prima causa di morte per i giovani tra i 15 e i 35 anni (nel paese più vecchio d’Europa), il 2% del PIL annuo se ne va proprio a causa degli incidenti stradali a cui si aggiunge quello perso nel traffico e a causa degli inquinanti generati. Direttore, non viene anche a lei il dubbio che se se continueremo a considerare questi eventi unicamente come delle notizie da inserire all’interno della pagina di cronaca, l’unico risultato a cui arriveremo sarà impaurire le già poche persone che decidono di spostarsi senza inquinare e senza occupare spazio, mostrando loro l’evidenza che la bicicletta è pericolosa e che può uccidere? Non crede anche lei che sia giunto il momento di interrogarsi sulle cause e cercare delle soluzioni imponendo un dibattito su questo tema che non è propriamente irrilevante?

Altri editori qualche passo in questa direzione lo hanno già fatto: senza citare il Times che ha lanciato la campagna “Cities Fit For Cyclists”, Repubblica.it sta ospitando sul proprio sito e promuovendo attivamente l’estensione #salvaiciclisti dell’applicazione Decoro Urbano allo scopo di identificare gli incroci e le strade più pericolose del paese per chi usa la bicicletta. Sembra che a breve anche il Fatto Quotidiano si unirà a questa operazione. Se anche il Corsera si unisse alla cordata, in breve tempo si potrebbe arrivare ad avere una mappatura completa di tutta la penisola che metterebbe nell’angolo quegli amministratori che invece che rimboccarsi le maniche preferiscono dare la colpa a chi c’era prima e creerebbe l’evidenza della necessità di un rapido intervento.

Prima di salutarla, voglio cogliere l’occasione per darle un ulteriore stimolo: il 14 giugno scorso, oltre 200 blogger hanno pubblicato una lettera aperta indirizzata al presidente del consiglio, al ministro del lavoro e ai presidenti di camera e senato per chiedere loro di cambiare il testo della legge che attualmente non riconosce lo status di infortunio in itinere  al lavoratore che si reca al lavoro in bicicletta. Ad oggi 5 consigli regionali, 3 province e 22 comuni si sono pronunciati a favore di questa proposta. Dai destinatari della lettera non è arrivata nessuna risposta. Nessuna testata si sta occupando di questa faccenda, potrebbe essere uno spunto interessante da cui partire…

Ringraziandola per la cortese attenzione, colgo l’occasione per porgerle i miei più cordiali saluti.

Paolo Pinzuti

 

 


Da: De Bortoli Ferruccio  
A: ‘Paolo Pinzuti’
Inviato: Lunedì 16 Aprile 2012 18:28
Oggetto: R: Il corsera e #salvaiciclisti

 

Stia tranquillo, ce ne occupiamo

fdb

 


Da: Paolo Pinzuti 
Inviato: lunedì 16 aprile 2012 17.25
A: De Bortoli Ferruccio; De Bortoli Ferruccio
Oggetto: Il corsera e #salvaiciclisti

 

Gentile Direttore,

 

Mi rivolgo a Lei perché è stato il primo ad aver capito tutto: era il 9 febbraio e Lei scrisse: “Da condividere l’appello sulla sicurezza per le due ruote. #salvaiciclisti.”

Era il giorno dopo il lancio della campagna. Nessuno di noi si sarebbe mai aspettato un tale successo. Quel giorno temevamo che il nostro appello sarebbe finito in mezzo al nulla, come al solito. Il suo tweet ci ha fatto capire che avevamo bucato il muro di gomma e potevamo arrivare a qualche risultato importante.

Lo scorso 18 marzo, in occasione della tavola rotonda dedicata a #salvaiciclisti, il Suo vice-direttore, Giangiacomo Schiavi, dopo aver visto il grande spiegamento di mezzi messo in campo dal Times a sostegno della campagna “cities fit for cycling”, è salito sul palco e, dando prova di grande coraggio e umiltà, si è scusato pubblicamente per lo scarso impegno dimostrato dal Corriere della Sera nei confronti del tema della sicurezza per chi va in bicicletta.

Eppure, nonostante questa profusione di intenti da parte della direzione, la redazione ha pubblicato una serie di articoli che non possono essere definiti dei capolavori del giornalismo, né tantomeno di grande sostegno alla causa della sicurezza di chi va in bicicletta.

A seguito della pronuncia del Ministero dei Trasporti sul controsenso in bicicletta, la sua testata ha lanciato una sondaggio con un titolo sbagliato e provocatorio che, oltre a disinformare, ha influenzato in modo palese il voto dei lettori. L’articolo che ne è derivato sottolineava quindi l’ampia contrarietà dei lettori (71.7%) al pronunciamento del Ministero. In seguito alle proteste della FIAB, la domanda del sondaggio in oggetto è stata modificata e i risultati adesso danno all’86,9% i favorevoli al controsenso in bicicletta.

L’ultimo episodio controverso in ordine cronologico è avvenuto sabato, all’indomani del suo ultimo tweet a riguardo della nostra campagna: “#salvaiciclisti, una iniziativa da sostenere, mandateci le vostre osservazioni e proposte. Grazie.”

Un giovane giornalista, probabilmente non molto esperto del mestiere, ha scritto un pezzo discutibile e dal titolo fortemente provocatorio, con richiamo in prima pagina, in cui sottolineava l’esistenza di un generalizzato risentimento da parte di pedoni e automobilisti nei confronti di chi utilizza la bici basandosi unicamente su un pugno di frasi sconnesse racimolate su Twitter nell’arco di un pomeriggio.

Questo articolo ha scaldato gli animi e ha portato alla reazioni più disparate. Di seguito glie ne voglio presentare tre:

–       Chi non vuole #salvaiciclisti

–       Il sostegno del Corriere della Sera a #salvaiciclisti: ma anche no, grazie

–       Fateci scendere dai marciapiedi

Le confesso che quello dimostrato fino ad ora non è esattamente il tipo di supporto che mi aspettavo dalla Sua testata.

 

LE PROPOSTE

Nel suo ultimo tweet ha chiesto infine di essere proattivi e di sottoporvi alcune proposte. Come avrà intuito, la proattività è un elemento portante di #salvaiciclisti e anche questa volta non vogliamo essere da meno. Pertanto le suggerisco di:

1.      Promuovere attivamente la partecipazione alla manifestazione del 28 aprile tra i lettori della Sua testata

2.       Realizzare un’inchiesta sullo stato della ciclabilità nel nord Europa

3.       creare una mappa interattiva a disposizione di tutti i lettori per iniziare a individuare le strade più pericolose d’Italia come fatto dal Times

4.       invitare un suo giornalista autodipendente (Maurizio Donelli?) a rinunciare all’auto per una settimana per provare a vivere da ciclista in modo da registrarne le impressioni

5.       Sostenere la campagna della FIAB sul riconoscimento dell’infortunio in itinere per chi si reca al lavoro in bici

6.       Raccogliere le testimonianze di tutti coloro che sono stati vittime di un infortunio in itinere e non sono stati risarciti poiché in bici

7.       fare la conta per capire quanti dei ciclisti morti sulle strade fossero in contravvenzione al momento dell’incidente e quanti invece semplicemente investiti, in modo da sfatare degli spiacevoli luoghi comuni.

8.       Fare pressione sui partiti politici in modo che in occasione delle prossime elezioni politiche la mobilità a impatto zero sia inserita con massimo impegno all’interno dei programmi elettorali.

 

Certo di una sua pronta risposta, La saluto cordialmente

 

Paolo Pinzuti

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Quei chiodi sulla strada.

16 Lug

Ieri qualcuno ha gettato dei chiodi sulla strada in occasione del passaggio della carovana del Tour De France.

I risultati sono stati oltre 30 forature e la caduta di Kiserloski a cui la foratura è costata la frattura di una spalla.

Appena ho letto la notizia ho subito pensato ad un tweet letto qualche settimana fa, scritto per mano di un giornalista de La Stampa di Torino (La Stampa, sì, quel giornale controllato dalla FIAT  e il cui presidente è John Elkann).

Fai click sul’immagine per accedere al tweet.

Mi piacerebbe un giorno incontrare questo Bardazzi per chiedergli quali siano  le motivazioni che possono portare una persona sana di mente a compiere un gesto tanto idiota.

@GQitalia – Caro Terruzzi…

13 Lug

Il numero di luglio di GQ riporta una divertentissima lettera aperta di Giorgio Terruzzi dal titolo “Contro i ciclisti e l’uso della bici”. Con la bava alla bocca si lascia andare ad una serie di invettive neanche troppo originali nei confronti di chi usa la bicicletta. Ecco qualche passaggio:

Siete silenziosi. Siete ecologici. Siete sani. Siete presuntuosi. Siete maleducati. Siete pericolosi.   […]

Perché il ciclista, dietro il sorriso compassionevole, sotto la fatica salutare, trasuda odio, mastica frustrazione, nutre una vendetta perenne, sempre pronta, fornita di un corredo di rivendicazioni lungo così. […]

 Cara grazia che non mi metti sotto, magari con il passeggino monoposto a ruote lenticolari con all’interno il pupo-kamikaze agganciato a una bici da corsa, neanche fosse il rostro di una nave da battaglia. […]

 Forse per questo visibili e inguardabili, con quelle maglie da Giro, appunto, colorate da uno stilista sotto anfetamina. Ma, dico, un blu scuro? Un sobrio tinta unita? […]

Sulle prime avevo pensato di rispondere a questa abile penna in modo serio, facendogli presente i vantaggi per l’individuo e per la società derivanti dal privilegiare la bicicletta rispetto ad altri mezzi di trasporto e che i colori sgargianti vengono preferiti proprio per evitare di venire investiti dal suvnormale di turno, ma poi mi sono ricordato di avere a che fare con uno che scrive su un mensile che si chiama Gentlemen Quarterly, famoso in tutto il mondo soprattutto perché ogni mese trova nuovi consigli da dispensare su come buttare giù la pancia e su come soddisfare la propria donna a letto. Come se la pancia e la vagina cambiassero forma e aspetto a cadenza mensile, esattamente ad ogni uscita del meraviglioso giornaletto.

Ma soprattutto, la lettera aperta pubblicata su GQ non è stata scritta argomentando in modo razionale, ma piuttosto, di pancia, dando sfogo agli istinti più primordiali. E proprio qui mi è venuto il sospetto: l’astio che trapela non può essere solamente spiegato con qualche sgarbo inflitto sulla strada da parte del ciclista indisciplinato di turno, ma con qualcosa di più profondo e intimo, qualcosa che abbia veramente ferito il Terruzzi nella sua vita privata.

E quindi mi chiedo, ma non è che mentre l’autore era intento a martoriarsi di flessioni e addominali in palestra (seguendo minuziosamente le istruzioni dell’ultimo numero di GQ) per sconfiggere quella mollezza sviluppata durante ore e ore trascorse all’interno della propria automobile, qualcuno che grazie alla bici la pancia non l’ha mai avuta ha capito esattamente dove mettere mano per soddisfare la donna del Terruzzi?

A questo punto si spiegherebbe tutto: il poveretto ha scoperto la tresca, magari trovando un guantino da bici disperso tra le proprie lenzuola e la povera compagna, che a suo tempo era stata sedotta da un macchinone quando ancora queste cose facevano colpo, si è trovata costretta ad ammettere tutto quanto, senza però fare nomi per evitare che il proprio amante finisse investito dal potentissimo bolide del Terruzzi.

Voglio quindi rivolgermi al perfido cornificatore a pedali: capisco che a questo punto tu abbia paura di uscire allo scoperto (e in questo modo lasci noi tutti ciclisti nella difficile condizione di respingere gli attacchi del Terruzzi), capisco che tutta questa attività fisica ti metta in circolo tanto sangue in tutto il corpo da farti sentire come una sorta di satiro inarrestabile, ma per favore, il tempo che risparmi nel traffico usando la bicicletta, evita di utilizzarlo trombandoti le donne di quei poveretti meno fortunati di te che trascorrono la propria vita imbottigliati dentro a delle colorate scatolette di latta.

Al Terruzzi invece voglio dare un consiglio: prova a cambiare prospettiva, prova a usare la bici, scoprirai un mondo nuovo, fatto di gioia, di endorfine liberate, di leggerezza, di socializzazione ed empatia con chi ti sta accanto, di sorrisi e di quel senso di libertà che forse non provi più da quando eri bambino.

Anzi, no, comprati un tandem, che non si sa mai.


Mi scuso per il palese contenuto sessista di questo post, ma dovendomi rivolgere a un pubblico che capisce solo tette, motori e pallone ho dovuto adeguare il mio argomentare.

La mobilità che nutre le ecomafie

4 Lug

I centri commerciali sono quei luoghi in cui vengono riprodotte le forme e le strutture tipiche dei centri urbani, ma con un grande vantaggio: sono relativamente vicini alle città, sono accessibili con l’automobile e dispongono di un ampio parcheggio.

Oltre all’ampio parcheggio disponibile, i centri commerciali hanno il punto di forza di poter garantire prezzi più vantaggiosi rispetto alle botteghe dei centri urbani grazie alle economie di scala che riescono a generare e grazie ad accordi più favorevoli con i produttori.

La diffusione dell’automobile nel nostro paese come altrove ha portato ad un moltiplicarsi di centri commerciali, sempre più grandi e sempre più attrezzati per accogliere ed intrattenere il pubblico con parchi giochi, cinema, sale bingo e, ovviamente, supermercati, ristoranti, gioiellerie, etc. Ma nel nostro paese, così come altrove, la diffusione dei centri commerciali ha anche portato al progressivo svuotamento e impoverimento dei centri storici in cui i negozianti, privati della clientela abituale, sono stati costretti a chiudere le loro attività tradizionali per riciclarsi in attività meno remunerative. È il caso dei macellai, dei fruttivendoli ed ortolani, delle drogherie e dei panettieri a cui si è andata sostituendo la grande distribuzione organizzata.

Col passare del tempo, questo spostamento di risorse ha portato a un progressivo impoverimento dei centri storici e dei suoi abitanti, allo svuotamento delle tasche della classe media cittadina, a tutto favore di società multinazionali che gestiscono i centri commerciali offrendo lavori umilianti con retribuzioni misere e spartiscono dividendi tra gli azionisti: pochi ricchi privilegiati.

Oggi Legambiente ha pubblicato il rapporto 2012 sulle ecomafie con cui ha posto l’accento sul ruolo cruciale svolto dai centri commerciali nella proliferazione dei sistemi mafiosi. Non vi chiedo di andarvelo a leggere, ma solo di dare un’occhiata al fumetto realizzato per l’occasione che spiega molto bene il rapporto esistente tra centri commerciali e malavita organizzata.

<div style=”width:425px” id=”__ss_13538727″> <strong style=”display:block;margin:12px 0 4px”><a href=”http://www.slideshare.net/legambienteonlus/le-mafie-fanno-shopping-13538727&#8243; title=”Le mafie fanno shopping” target=”_blank”>Le mafie fanno shopping</a></strong>  

I nostri politici di fronte a questo rapporto si farciranno la bocca con paroloni che fanno rima con legalità, senso comune, vigilare, e diranno “non permetteremo”. Ma davvero mai nessuno di loro si permetterà di offrire una soluzione al problema, ovvero ridare vita ai centri urbani per contrastare i centri commerciali, perché questi ultimi sono il progresso.

Però se è vero quindi che i centri commerciali sono la riproduzione dei centri storici a cui si aggiunge la possibilità di parcheggiare, è anche vero che i centri commerciali sono diventati inaccessibili proprio a causa del traffico spropositato che riescono ad attirare richiedendo delle vere e proprie partenze intelligenti per andare a fare la spesa o a prendere un po’ di fresco nella stagione calda.

A questo punto viene da chiedersi: ma perché dobbiamo condannarci a fare code chilometriche per passare delle ore in luoghi artificiali costruiti coi soldi della ‘ndrangheta, della camorra e della mafia e che impoveriscono la società, se possiamo fare la stessa cosa in centro in città godendo di un patrimonio architettonico che un non-luogo artificiale, invece, non è in grado di offrirci?

I nostri centri storici sono serviti da mezzi pubblici e sono raggiungibili in bicicletta. Ritornare ad utilizzare la bicicletta significa anche ridare vita alle piccole economie dei nostri centri urbani ed aumentare la coesione sociale, alla faccia di mafiosi, politici e palazzinari che hanno gozzovigliato sulle diseconomie generate da una mobilità fondata sul mito dell’automobile.

Anche per questo la bicicletta è politica.