Archivio | maggio, 2012

NO BICI

25 Mag

Lo confesso, ogni volta che mi capita tra le mani un libro che parla di biciclette mi subentra un senso di nausea diffusa, certo di trovarmi davanti all’ennesimo ammasso di fogli imbrattati di cui avrei voluto volentieri fare a meno.

Non sono un patito della tecnica e ho imparato da bambino a regolare il cambio, i racconti di viaggio mi inducono sonnolenza, le imprese di Coppi, Bartali, Merckx, Pantani e compagnia pedalante non le posso più sentire, non me ne frega niente dell’evoluzione del marchio storico della Bianchi dal 1885 ad oggi, per non parlare poi delle meravigliose escursioni della rock star di turno che racconta quanto sia magnifico gironzolare per Tokyo in sella alla propria bici da tournée.

Ho accolto il “NO BICI” di Alberto Fiorillo con lo stesso scetticismo di sempre, mitigato solo dall’aspetto della copertina che richiama apertamente quella del No Logo di Naomi Klein, libro a me molto caro. Ben presto sono però rimasto meravigliato: l’autore parte con una strampalata e divertente ode all’ascensore, mezzo di trasporto in qualche modo perfetto, simbolo innegabile della condivisione degli spazi e del veicolo, ma ingiustamente trascurato dalla letteratura e dal cinema. Dall’ascensore si passa alla bicicletta e alla presa in giro di tutte le tipologie di ciclista in circolazione, per poi finire a parlare di automobile e di mobilità.

Fiorillo si lancia qui in una critica spietata di un modello di mobilità urbana inefficiente e obsoleta che mette al centro della città l’automobile, avanzando però anche proposte serie e fattive per la rivitalizzazione e riappropriazione da parte delle persone dei centri urbani. Gli strumenti utilizzati sono un’enorme quantità di dati scientifici (purtroppo spesso manchevoli di riferimenti alle fonti), elementi storici e tanta, tantissima ironia che rende la lettura divertente, interessante e mai noiosa.

Perché i limiti di velocità sono quelli che conosciamo? Perché si genera il traffico? Quali sono i maggiori pericoli per i ciclisti urbani? Sono tutte domande a cui l’autore prova e riesce a dare risposta, trovando spazio per menzionare anche il movimento #salvaiciclisti che viene presentato come il segnale che prima o poi anche le strade italiane cambieranno per diventare più europee.

Il grande pregio di “NO BICI” è indubbiamente la capacità di insinuare il dubbio che un nuovo modello di mobilità sia possibile, ma senza mai sfociare in fastidiosi integralismi. Ecco quindi un libro che strappa sorrisi e risate di continuo intervallando spunti di riflessione mai scontati, nemmeno per i più accaniti fanatici della bicicletta.

Insomma, promosso.

Alberto Fiorillo, NO BICI, Ediciclo Editore, 14 euri

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Le ciclabili liberate a modo mio

18 Mag

Io il Signor Giannino non lo conosco, ma so che ha un ristorante a Milano. Non ci ho mai mangiato. In verità non conosco personalmente nessuno che ci abbia mai mangiato perché i miei amici non se lo possono permettere.

Però qualche giorno fa ho lasciato una recensione su Trip Advisor del ristorante del Signor Giannino.

E ho ne detto peste e corna.

Perché?

Perché a Milano c’è una strada molto trafficata, via Pisani, affiancata da una pista ciclabile che è spesso e volentieri (perennemente forse?) invasa da automobili parcheggiate di proprietà dei clienti del Signor Giannino. Non ne ho esperienza diretta, ma ho visto diversi video che lo dimostravano in modo chiaro e inconfutabile.

Questa è l’auto dell’onorevole Tajani:

Queste sono di Fabrizio Corona e di Emilio Fede:

Questa invece è del Ministero degli Interni:

Gli abituali frequentatori del ristorante del Signor Giannino sono pezzi grossi, gente altolocata, potente. Forse è per questo motivo che i vigili urbani milanesi non sono soliti accorrere per multare o rimuovere le auto in sosta selvaggia di fronte al locale.

Adesso però gli ho lasciato un commento negativo sul social network più consultato dai “cacciatori di ristoranti”. È solo una recensione su 65, ma forse può insinuare il dubbio che da Giannino si mangi male e che il servizio sia anche peggiore. Magari qualcuno si lascerà influenzare dal mio feedback e andrà a mangiare altrove.

Magari qualche altro utente di Trip Advisor, dopo aver letto questo mio post, deciderà di fare la stessa cosa e lascerà un giudizio negativo che rafforzerà il dubbio sulla qualità del ristorante.

Magari poi qualcuno che conosce il Signor Giannino può dirgli di chiedere ai suoi clienti di andare gentilmente a parcheggiare altrove e di lasciare libera la ciclabile davanti al ristorante, in modo da evitare che si verifichino i soliti incidenti senza colpevoli.

Dico la verità: me la prendo con il Signor Giannino perché visto che può contare su una clientela affezionata, danarosa e di un certo calibro, difficilmente andrà in rovina per questo mio piccolo boicottaggio. Forse alla fine del mese gli mancherà dalla cassa qualche centinaio di euro di entrate, ma, considerati i prezzi che applica (come si vede sul sito), sopravvivrà. È quello che basta per aiutarlo a rendersi conto che una società civile, in cui tutti rispettano le regole, fa comodo a tutti, anche ai bottegai.

Anche a chi pensa di potersene fregare.

Per il ritorno di Peppino Impastato

9 Mag

Vorrei scrivere anche io un ricordo di Peppino Impastato, morto esattamente 34 anni fa, assassinato dalla mafia. Vorrei farlo, ma di ricordi non ne ho. Il giorno della sua morte io ero ancora nel ventre di mia madre. Sarei nato dopo pochi mesi.

In questi 34 anni però ho letto, visto e sentito molte cose sul suo conto: ho letto che Peppino era uno nato in una famiglia inserita all’interno di uno schema che si chiama “mafia”, ho letto che Peppino abitava a cento passi dalla casa del boss Tano Badalamenti, su youtube ho anche sentito degli spezzoni degli sfottò che Peppino era solito lanciare via radio ai politici locali denunciando la collusione con la mafia.

« Mio padre, la mia famiglia, il mio paese! Io voglio fottermene! Io voglio scrivere che la mafia è una montagna di merda! Io voglio urlare che mio padre è un leccaculo! Noi ci dobbiamo ribellare. Prima che sia troppo tardi! Prima di abituarci alle loro facce! Prima di non accorgerci più di niente! » è una delle sue frasi.

Peppino Impastato era un eroe, aveva la vocazione del martire, il suo troppo coraggio lo ha portato ad essere assassinato a soli 30 anni. Perché parlava, parlava troppo e raccontava le cose per come stanno.

Non tutti possono avere il suo coraggio. Io vorrei averlo ma non ce l’ho.

Il mio poco coraggio non mi consente di lanciare grandi attacchi diretti alla mafia, però quel poco coraggio che ho mi consente di lanciare quotidianamente dei minuscoli attacchi a tutto un sistema di malaffare che piano piano, come una piovra tentacolare, ci sta inesorabilmente avvinghiando e stritolando. Io nel mio piccolo mi sono impegnato a denunciare il libero professionista che non mi rilascia la fattura, mi sono impegnato a chiamare i vigili urbani quando vedo un auto parcheggiata su una ciclabile o su un posto riservato ai disabili, mi sono impegnato a dire alla signora che porta a spasso il cane e che non ne raccoglie la cacca che è una stronza, mi sono impegnato ad informarmi sulla provenienza delle cose che compro e a dirigere i miei acquisti di conseguenza.

Sono un eroe? Direi proprio di no.

Sono solo uno che si è rotto le palle di vivere in un sistema piramidale del sopruso in cui ciascuno accetta la violenza di chi è più potente e cerca di abusare dove può su chi può.

Il troppo coraggio di Peppino Impastato lo ha portato una morte prematura perché era solo nell’attacco al vertice della piramide. Se siamo tanti, però, la piramide, la possiamo sgretolare dalla base. E il vertice sarà costretto a scendere, dove sarà più facilmente attaccabile da chi ha il coraggio di farlo.

Dovesse tornare di nuovo un certo Peppino Impastato, almeno questa volta potrebbe contare su qualcuno che gli facilita il lavoro e che non lo lascia solo a lottare contro i mulini a vento.

 

E scusate se per una volta non ho parlato di biciclette