Archivio | marzo, 2012

Il leader di #salvaiciclisti

31 Mar

Da quando è nato #salvaiciclisti in molti si sono interrogati su chi fosse il leader. Molti sono i nomi che sono emersi in queste settimane sui media per parlare del movimento, ma questi non erano altro che i portavoce del leader indiscusso.

Gli ho chiesto spesso perché non volesse esporsi in prima persona e ogni volta mi ha risposto che l’opinione pubblica non è ancora pronta per accettare la realtà dei fatti.

Da sempre tutti lo chiamano tutti solo Pio, ma io dubito che questo sia il suo vero nome.

È un tipo di poche parole, con una luce in fondo agli occhi che ti fa capire subito che per quanto tu ti senta sicuro di quello che pensi, non è detto che manterrai la tua opinione dopo esserti confrontato con lui.

Pio è il motore di #salvaiciclisti, quello che dal primo giorno della campagna decide cosa bisogna scrivere, quando, a chi rivolgerci e come farlo; quando usare il bastone e quando la carota.

Quando ci siamo incontrati per parlare della bicifestazione, Pio si è seduto in un angolo a sorseggiare il suo solito beverone bianco direttamente dalla bottiglia, ci ha ascoltati discutere e ci ha lasciati sfogare. Poi si è alzato in piedi e con la solita enfasi e sobrietà che lo contraddistinguono nei momenti in cui c’è bisogno di autorità ha zittito tutti i presenti semplicemente con uno sguardo. Quando Pio ha qualcosa da dire l’unica cosa da fare è aprire bene le orecchie perché c’è solo da imparare dalle sue parole.

Mi ha indicato un blocco di fogli e una penna appoggiati sul tavolo (a Pio non piace scrivere), ha aspettato che fossi pronto e ha iniziato a dettare:

“voglio liberarmi dal traffico

voglio smettere di essere ostaggio del prezzo della benzina

voglio sentirmi libero di vivere la città

voglio vedere la gioia dei miei figli mentre giocano in strada

voglio più spazio per vivere

voglio città a misura di bicicletta

io il 28 aprile ci sarò.”

Ecco come è nato il motto della bicifestazione che si terrà ai Fori Imperiali a Roma.

Nonostante la giovane età Pio è un tipo che sa esattamente cosa vuole. A lui non interessa la notorietà ed è per questo che per farsi sentire usa alternativamente tutte le voci del movimento. Chi non lo conosce è portato a giudicarlo sulla base dell’aspetto che non tradisce in nessun modo le sue capacità di trascinatore, però quando parla ha un modo unico per zittire chi lo contraddice: “stiamo parlando del mio futuro e io ho deciso che si fa così”.

E ha ragione.

L’unica foto che posseggo di lui, glie l’ho scattata di nascosto mentre dormiva.

Il leader di #salvaiciclisti, Pio La Bici

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#salvaiciclisti: Milano e Firenze

25 Mar

È passato un mese dal lancio della seconda fase della campagna #salvaiciclisti.

Il 23 febbraio, abbiamo pubblicato una lettera indirizzata ai sindaci delle principali città italiane con cui abbiamo chiesto loro di impegnarsi per promuovere la sicurezza dei ciclisti all’interno delle proprie città, e in particolare:

  1. Garantire l’applicazione a livello locale degli 8 punti del Manifesto del Times per le aree di competenza comunale,
  2. Formulare le opportune strategie per incrementare almeno del 5% annuo gli spostamenti urbani in bicicletta nei giorni feriali,
  3. Contrastare il fenomeno del parcheggio selvaggio (sulle strisce pedonali, in doppia fila, in prossimità di curve ed incroci, sulle piste ciclabili),
  4. Far rispettare i limiti di velocità stabiliti per legge e istituire da subito delle “Zone 30″ e “zone residenziali” nelle aree con alta concentrazione di pedoni e ciclisti,
  5. Realizzare, qualora mancante, un Piano Quadro sulla Ciclabilità o Bici Plan,
  6. Monitorare e ridisegnare i tratti più pericolosi della città per la viabilità ciclistica di comune accordo con le associazioni locali,
  7. Redigere annualmente un documento pubblico sullo stato dell’arte nel proprio comune di competenza della viabilità ciclabile indicando i risultati dell’anno appena trascorso e gli obiettivi futuri,
  8. Dotare ogni strada di nuova costruzione o sottoposta ad interventi straordinari di manutenzione straordinari con un percorso ciclabile che garantisca il pieno comfort del ciclista,
  9. Promuovere una campagna di comunicazione per sensibilizzare tutti gli utenti della strada sulle tematiche della sicurezza,
  10. Dare il buon esempio recandosi al lavoro in bicicletta per infondere fiducia nei cittadini e per monitorare personalmente lo stato della ciclabilità nella propria città

Immediatamente hanno aderito all’iniziativa il Sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, seguito a ruota da Matteo Renzi, Sindaco di Firenze, quindi Bologna, Roma, Torino, Napoli, Reggio Emilia, Ferrara ed altre città ancora.

La domanda che occorre porsi a questo punto è: i Sindaci hanno aderito, e poi cosa hanno fatto?

I diversi atteggiamenti possono essere riassunti dai due estremi: Milano e Firenze. 

Il Comune di Milano si è già attivato: dopo aver pubblicato un e-book di dubbia qualità destinato alla formazione dei ciclisti sulle buone pratiche di comportamento sulla strada, il Sindaco meneghino ha annunciato che le contravvenzioni per sosta vietata sulle piste ciclabili a Milano sono aumentate del 613% nell’ultimo semestre, ha promesso di raddoppiare le “zone 30” entro il 2013, di portare a 300 km l’estensione della rete di piste ciclabili entro il 2016 e di arrivare all’istallazione di un totale di 200 stazioni di bike sharing entro l’anno e di 10000 biciclette in condivisione entro la fine del mandato. L’assessore alla mobilità Maran in particolare si è dimostrato particolarmente disponibile: dopo un primo incontro con la delegazione di #salvaiciclisti, ha partecipato al traffic camp, una conferenza di comuni cittadini che hanno evidenziato di fronte al giovane assessore problematiche e soluzioni relative alla viabilità nella grande città lombarda. Inoltre domani partirà una prima campagna di sensibilizzazione degli automobilisti sui temi del rispetto per gli utenti leggeri del traffico utilizzando i pannelli stradali del comune generalmente dedicati alle condizioni  della viabilità.

 L’atteggiamento del primo cittadino di Firenze, invece, può essere annoverato tra le adesioni di facciata: dopo una prima adesione convinta non si sono registrate più notizie di Matteo Renzi, nonostante le tre pagine dedicate da Repubblica a pochi giorni dall’adesione per evidenziare le difficoltà di chi decide di utilizzare la bici nel capoluogo toscano. A nulla è valso neppure ricordare quando Renzi in occasione delle ultime elezioni promise 10 km all’anno di piste ciclabili. Il Sindaco rottamatore è arrivato a metà mandato, ma invece di 25 km, ne ha realizzati solamente 7.


Matteo Renzi è noto nel panorama politico italiano soprattutto per i suoi attacchi alla politica dei vecchi parrucconi, ai furbetti, a tutti coloro che vendono sogni ma che alla prova dei fatti mancano del coraggio necessario per cambiare le cose.

Con il caso #salvaiciclisti, Matteo Renzi sta dimostrando di non essere diverso dalle cariatidi che cerca di rottamare. Non resta che augurarsi che voglia smentirci presto.

 

Per chi volesse scrivergli, l’email di Renzi è sindaco@comune.fi.it, su twitter è @matteorenzi.

  

L’altra morte di Marco Biagi

19 Mar

10 anni fa moriva Marco Biagi, giuslavorista rompiballe assassinato dalle Nuove Brigate Rosse.

Quella sera Biagi tornava a casa come tutte le sere, ma diversamente dalle altre sere su quella strada a Bologna lo stavano aspettando. “Professore” gli dicono e gli esplodono addosso 6 colpi di rivoltella che lo lasciano a terra, esanime.

La storia non si fa con i se, però la morte di Biagi seppure a distanza di dieci anni comporta necessariamente delle riflessioni. I 5 brigatisti riconosciuti colpevoli e condannati per l’omicidio, in quell’occasione hanno dimostrato una stupidità fuori dal comune: perché, infatti, utilizzare una pistola per uccidere un uomo indifeso per le strade di una città Italiana? Perché fare tanto clamore?

Una persona un po’ più sveglia e accorta avrebbe utilizzato un’altra arma.

Immaginiamo:

Bologna. E’ il 19 marzo 2002, sono le 20, è buio. Marco Biagi, sceso dal treno da Modena, come ogni sera, chiama la moglie e le dice “arrivo”,  inforca la bicicletta e si dirige verso casa in Via Valdonica. A un certo punto sente il rombo di un motore a pieni giri dietro di se, si gira di scatto e vede due fari che gli vengono incontro, ha il cuore a mille per la paura, ma dentro di se cerca di rassicurarsi dicendosi che sarà il solito sbruffone a bordo di uno di quei fuoristrada convertiti alla città.

Non è il solito sbruffone: a bordo ci sono due killer intenzionati a farlo fuori per sempre. Pestano forte sul pedale del gas, gli si avvicinano, gli toccano la ruota posteriore della bici a una velocità già sostenuta. Biagi che non se l’aspettava perde l’equilibrio. Viene prima sbalzato sul cofano, poi cade a terra mentre il mastodonte di lamiera ultima la sua opera passandogli sopra con le oltre due tonnellate di peso.

Marco Biagi resta a terra, esanime.

I due killer poco dopo vanno ai Carabinieri, dicono di essere i responsabili dell’incidente, che sono scappati in preda al panico, che sperano che non sia successo nulla, che no oddio mi dispiace ma non l’avevo proprio visto.

Al guidatore ritirano la patente e lo processano per omicidio colposo ed omissione di soccorso. Riuscirà anche a dimostrare che Biagi non era ben visibile e il passeggero lo giurerà solennemente, chiederà il patteggiamento. Il guidatore se la caverà con qualche anno di carcere, come accaduto per la strage di Vibo Valentia e nessuno lo chiamerà mai “terrorista”. Solo la moglie di Biagi, al processo, lo chiamerà “assassino”, ma è una reazione scontata. Gli altri 4 continueranno invece a tramare nell’ombra a danno delle istituzioni.

Per Biagi, niente funerali di Stato, né prime pagine dei giornali, ma solo un trafiletto nella cronaca del Corriere di Bologna, le condoglianze del rettore, forse il sindaco.

Sarebbe stato un lavoretto pulito. Avrebbero eliminato Biagi e il suo ricordo in un colpo solo.

Bastava solo sapere che in Italia i morti non sono tutti uguali.

Una Questione di Metodo

19 Mar

Abbiamo indetto una bicifestazione per il 28 Aprile a Roma in contemporanea con Londra. Vogliamo dimostrare che #salvaiciclisti non è un fenomeno digitale, ma un movimento fatto di persone in carne ed ossa che non vogliono diventare il prossimo nome nascosto tra le righe di un minuscolo articoletto nella cronaca di un giornale locale.

Nonostante in molti spingessero per organizzare quella che in gergo ciclistico si chiama Critical Mass (un gigantesco serpentone di biciclette che occupano le strade della città generando traffico), alla fine abbiamo deciso di seguire il protocollo e abbiamo comunicato alla questura di Roma la nostra volontà di riunirci a mangiare un panino tutti insieme ai Fori Imperiali, esattamente come prevede l’art. 17 della Costituzione, che recita:

“I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi. Per le riunioni, anche in luogo aperto al pubblico, non è richiesto preavviso. Delle riunioni in luogo pubblico deve essere dato preavviso alle autorità, che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica.”

La storia è nota: la prima volta i nostri sono stati rimbalzati dalla questura dicendo che non era possibile fare manifestazioni a bordo di veicoli in quanto espressamente vietato dal Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza.

Due giorni fa alcuni di noi sono tornati all’attacco accompagnati da un legale e all’improvviso il divieto di indire manifestazioni a bordo di veicoli sembrava sparito, ma i questurini questa volta li hanno rimbalzati dicendo che serviva un preventivo assenso del comune.

Nonostante le pretese della questura siano al di fuori di qualunque legalità, i nostri sono andati in Comune e hanno depositato la richiesta protocollata col numero RA/17577.

Ora, #salvaiciclisti è un movimento che può contare sul supporto di decine di migliaia di persone, tra loro ci sono anche deputati e senatori, giudici, sindaci, presidenti di provincia: gente influente insomma che con una telefonata potrebbe sicuramente sbloccare la situazione.

Quello che non  capisco è perché mai dovremmo chiedere l’intercessione di un potente affinché ci venga riconosciuto un diritto sancito dalla Costituzione.

L’Italia negli ultimi decenni ci ha abituato al peggio. La nostra storia recente ci ha fatto capire che senza la spintarella non arrivi da nessuna parte, che se non conosci nessuno non ce la farai mai, che se non chiedi favori nessuno sarà mai disposto a riconoscerti quanto ti spetta e che per quanto tu sia sporco e invischiato, se conosci le persone giuste non ti devi preoccupare perché tanto ne uscirai a testa alta.

#salvaiciclisti è una battaglia di civiltà e questa Italia è l’antitesi della civiltà.

Se vogliamo che le regole vengano rispettate, dobbiamo essere i primi a rispettarle.

Noi abbiamo rispettato il protocollo.

Preghiamo le forze dell’ordine di prendere atto perché a Roma il 28 Aprile saremo tantissimi

Strettamente personale

3 Mar

Arriva un momento nella vita in cui uno deve fare delle scelte.

Chi segue questo blog dagli inizi sa che è nato per parlare di un viaggio: dei tre mesi e mezzo in bicicletta attraverso il Sud America durante i quali io mia moglie ci siamo presi il tempo per guardarci intorno con calma e capire cosa fare della nostra vita.

Il rientro dal viaggio non è stato in Italia ma in Turchia, a Smirne per la precisione, sul Mar Egeo.

Perché in Turchia? Perché la Turchia è un paese giovane e che ha fiducia nei giovani, in pieno sviluppo economico, dove l’ottimismo e la fiducia nel futuro si possono percepire semplicemente camminando per la strada. Qui ho iniziato a studiare il Turco, una lingua tanto ostica quanto affascinante e, dopo pochi mesi, ho iniziato a cercare lavoro. Ho fatto qualche colloquio.

La settimana scorsa, mentre lavoravo forsennatamente allo sviluppo di #salvaiciclisti che nel frattempo esplodeva e iniziava a raccogliere i primi grandi risultati, ho ricevuto una telefonata da parte del direttore delle risorse umane di un’azienda con cui parlavo da un po’ di tempo. Mi ha detto che mi volevano: responsabile vendite Europa e bacino del Mediterraneo. Ottimo stipendio, benefit, viaggi. L’azienda è una di quelle che investono molto nella formazione dei propri dipendenti ma che commercializzano un prodotto decisamente poco sexy (almeno per me): batterie per auto.

Per quanto io ami molto poco le automobili, le batterie per auto hanno una loro dignità: sono un prodotto di cui c’è oggettivamente bisogno sul mercato.

Ho riflettuto a lungo sul da farsi: se da una parte ho visto la campagna crescere e svilupparsi fino a raccogliere l’adesione addirittura di Roma Capitale; dall’altra mi sono scontrato con le normali esigenze di una persona che ha bisogno di mettere insieme il pranzo con la cena, di pagare un affitto, etc.

Non sono ricco ed è più di un anno che non mi compro un paio di pantaloni, di scarpe o anche solo una maglietta perché, quando non hai entrate, devi pensarci almeno due volte prima di aprire il portafogli.

Oltre a questo, vivendo in Turchia, è evidente che non potrò approfittare neppure in minima parte delle “città a misura d’uomo” a cui sto dedicando ogni minuto delle mie giornate. Vivo in un paese in cui chi va in bicicletta è uno sfigato perché non può permettersi un’automobile, qui le ciclabili non esistono e se lasci una bici in strada neanche si prendono la briga di rubartela. Al massimo ci parcheggiano sopra.

Ho riflettuto a lungo sul da farsi e ho deciso.

Ho deciso di rifiutare la proposta di lavoro.

Non capita tutti i giorni di avere la possibilità di fare qualcosa di giusto e di buono per “gli altri”, anche se “gli altri” vivono a svariate migliaia di chilometri di distanza da te. Questa volta per me “gli altri” non sono i bambini che muoiono di fame in Africa o le vittime delle mine antiuomo in Afghanistan, ma gli abitanti delle città italiane. Sono fortemente convinto che quando hai la possibilità di fare qualcosa di buono e decidi di non farlo, per qualsivoglia ragione, diventi connivente con chi in nome del profitto o di interessi personali è disposto a distruggere le persone, la società o il pianeta. Questo non sono io.

Questo probabilmente sarà l’ultimo post di questo blog.

Da ieri ho a disposizione uno spazio su gazzetta.it: velorution.gazzetta.it

Da ora in poi gli aggiornamenti sulla campagna #salvaiciclisti li troverete lì.