Archivio | giugno, 2011

Bolivia: la Pachamama e i minatori di Potosi

29 Giu

Potosi nel 1650 con i suoi 120.000 abitanti era la città più popolosa del mondo.

Potosi è la città più alta del mondo, 4.065 metri, è aggrappata con le unghie e coi denti al dorso di una montagna, il Cerro Rico.

Potosì è anche la città che maggiormente ha portato ricchezza nel mondo: in quasi 500 anni ha estratto oltre 46.000 tonnellate di argento dalle proprie miniere. In Spagnolo è ancora in un uso l’espressione Vale un Potosi per indicare qualcosa di grande valore.

La chiesa di San Benito, Potosi

Potosi e il Cerro Rico

Potosi sta al colonialismo come Auschwitz sta al nazismo. Si calcola che fino al momento dell’indipendenza boliviana qui oltre 8 milioni di indigeni persero la vita a causa delle condizioni di lavoro.

Oggi Potosi è una città affascinante, con un’architettura che ancora parla del ricco passato, ma anche del presente economicamente molto difficile.

La facciata nascosta di Potosi

Venditrice ambulante

Le 182 imprese minerarie presenti in città lavoro ad oltre 19.000 persone, soprattutto indios di lingua Quechua che ancora conservano tradizioni e costumi antichissimi. Tra questi, il culto della Pachamama, la divinità precolombiana che rappresenta la Madre Terra.

Poiché l’attività mineraria si svolge integralmente all’interno delle viscere della terra, la devozione da parte dei minatori nei confronti della Pachamama è massima. In occasione del solstizio, i minatori compiono offerte e sacrifici propiziatori alla Madre Terra e ai demoni che albergano nella miniera.

Il rituale prevede la condivisione con la divinità e coi demoni di tabacco, foglie di coca, alcool e sigarette e termina con il sacrificio di alcuni lama di fronte all’ingresso della miniera allo scopo di placarne la sete di sangue.

A Potosi non si parla molto del genocidio compiuto dagli spagnoli con la spada con la croce.

Qui si parla solo di miniere, di argento, di zinco e del Cerro Rico che in Quechua si chiama Sumaj Orcko, montagna sacra.

Forse è meglio così.

Il villagio dei minatori

Tabacco, foglie di coca, alcool

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Ridateci la bicicletta!

24 Giu

Se c’è una cosa che davvero non amo sono i tour organizzati . Non li amo quando ci ricoprono di polvere, quando ci sorpassano lungo le strade più sconnesse e non li amo quando vi prendo parte.

Da San Pedro de Atacama (Chile) a Uyuni (Bolivia) sono oltre 500 km e ci sono due vie per arrivarci: una che sfrutta strade tradizionali e ben poco spettacolari e una che, sfruttando piste sterrate e mulattiere, permette l’accesso a lagune multicolori, geyser e vulcani nascosti nel cuore delle Ande.

Fumarole

Acque termali, a 4000 metri di altitudine

Avevamo previsto quest’ultima opzione, ma dopo l’ultima avventura, abbiamo deciso di documentarci per benino prima di partire. Altri ciclisti raccontano di traversate epiche durate decine di giorni, gran parte dei quali trascorsi a spingere la bici su piste di sabbia, a cambiare raggi a ripetizione o addirittura giorni interni trascorsi in tenda nell’attesa che smetta di nevicare.

Il giorno prima della partenza la gente a San Pedro parla di tormenta e di passi di confine chiusi per neve.

Esempio di tormenta

No Grazie.

Facciamo il giro delle agenzie di viaggio del pueblo e scopriamo che un passaggio da San Pedro a Uyuni a bordo di un 4×4 vale quattro spicci, vitto e alloggio inclusi. Affare fatto!

La bici sul tetto

Se c’è una cosa che non mi piace dei viaggi organizzati è il rapporto che si instaura tra il viaggiatore e l’autista, quanto mai simile al rapporto tra cane e dog sitter. Il dog sitter decide quando si esce e dove si va, quanto tempo a disposizione per ogni angolo, quando si mangia e dove si dorme e a nulla possono valere le rimostranze di chi vuole fermarsi un po’ più a lungo in un luogo o mangiare un boccone in più. Neanche la musica si può discutere. Nel nostro caso, musica elettronica melodica boliviana. Un CD solo, graffiato e in modalità repeat.

Lama nella Isla del Pescado

La seconda cosa che non mi piace dei viaggi organizzati è la curiosità morbosa che si sviluppa attorno a noi ciclisti. Una curiosità dettata più dalla noia del viaggio che dal reale interessamento. Ciascuna tipologia di viaggiatore finisce quindi per rivolgerci attenzioni particolari e domande in linea con il proprio modo di essere:

  • La fashion victim in viaggio con trolley e ballerine, che lotta con l’eye liner mentre la jeep guada fiumi e fossati, ci chiede cosa facciamo quando buchiamo. Cambiamo la camera d’aria?
  • Il tecnopate in perenne simbiosi con il suo iPhone  ci chiede come riusciamo ad orientarci senza un navigatore GPS. Con la bussola?
  • Il business man ci chiede se non si faccia prima con una moto. Si, e con l’aereo è ancora più veloce!
  • L’intellettualoide con il dito indice perennemente piantato a pagina 37 della biografia del Che ci chiede se secondo noi i Sud America è cambiato molto da quando il giovane Guevara fece il suo giro in moto. Non saprei, non ero ancora nato.
  • L’aspirante Rambo, in genere statunitense, ci chiede quali armi di difesa portiamo con noi. Apriscatole e cavatappi: utilissimi per difendersi dalla fame e dalla sete.

Con questo passaggio ci siamo risparmiati un paio di settimane di fatiche, ma al nostro arrivo a Uyuni siamo entusiasti di rimettere le terga sulla sella. Le nostre bici ci sono mancate moltissimo in questi giorni e soprattutto ci è mancata la possibilità di  improvvisare e di:

–          Fermarsi a mangiare o a dormire nel posto più spettacolare incontrato lungo la strada

L'hotel da un miliardo di stelle

–          Aspettare la luce migliore per fare la foto di uno scorcio particolare

Una montagna del cactus

–          Andare al mercato locale a comprare del cibo

Madre e figlio al mercato

–          Realizzare tour notturni esclusivi guidati solo dalla luna piena

La Valle della Luna, illuminata dalla luna piena

–          Scambiare sorrisi coi passanti.

Cortesie tra ciclisti

Convinti?

Si parte?

Dall’altra parte delle Ande

16 Giu

“Dicono che il Paso de Sico sia la frontiera più incantevole e stupefacente di tutta l’Argentina” dice  Marcos, il portiere di turno dell’ostello El Andaluz di Salta “ma forse in bicicletta è troppo dura, anche per voi.”

Io e Pinar ci lanciamo uno sguardo di intesa mentre Leo e Matt, due cicloviaggiatori che condividono la strada da qualche migliaio di chilometri a questa parte, continuano ad osservare attentamente la cartina spiegata. Loro puntano direttamente alla Bolivia, verso nord, non sembrano essere interessati al deserto di Atacama e alle lagune che si trovano subito dopo il confine tra Argentina e Cile.

Leo e Matt all'ostello El Andaluz

Le parole di Marcos mi sono ritornate in mente più e più volte durante gli ultimi giorni. Effettivamente gli  oltre 500 km che dividono Salta da San Pedro de Atacama ci hanno messo a dura prova, niente a che vedere con la precedente traversata della cordigliera.

Il nostro Paso de Sico è durato dieci giorni. Dieci giorni di vento contrario, spesso talmente forte da costringerci a ripararci nelle poche fermate dell’autobus incontrate per la via o a scendere e spingere la bicicletta, non solo in salita, ma anche in pianura.

Alla fermata dell'autobus

Un vento forte e che non ci ha dato tregua di giorno quando ci gettava in faccia polvere e sabbia, né di notte quando sembrava che la nostra tenda fosse a punto di squarciarsi o esplodere.

Controvento

Durante quei dieci giorni abbiamo visto il termometro salire fino a 30° e scendere fino ad almeno -10° all’interno della nostra tenda (scrivo almeno -10°, perché il nostro termometro non va oltre i -10°). Per la cronaca, -10° significa ricordarsi di mettere una bottiglia d’acqua sotto il sacco a pelo prima di addormentarsi, in modo da avere qualcosa da bere al risveglio; significa aspettare che la tenda e i sacchi a pelo si scongelino prima di arrotolarli e metterli via.

Raggio rotto

L'immancabile raggio rotto

In quei dieci giorni abbiamo dovuto razionare cibo e acqua,  ben sapendo che alla frontiera con il Cile qualunque cibo fresco sarebbe stato confiscato e distrutto. Per evitare di trasportare peso inutile abbiamo imparato a mangiare tre volte al giorno cibi in scatola o disidratati, abbiamo fatto colazione con la polenta e con la zuppa di verdura.

Il passo più alto

Il nostro Paso de Sico ha significato pedalare oltre 200 km al di sopra dei 4000 metri di altitudine e a 4.000 metri ti senti il cuore che ti esplode in gola anche solo quando cerchi di uscire dal sacco a pelo. Pedalare a 4.000 metri di altitudine vuol dire fare tappe da 25 km al giorno e soffocarsi con le foglie di coca che non riescono a risolvere il problema della costante mancanza di ossigeno.

Non credo si possa descrivere cosa abbiamo provato in quei 10 giorni.

In mezzo al nulla

Anche noi presto ce ne dimenticheremo, ma ci rimarranno moltissimi ricordi  e altrettante foto di luoghi e situazioni incantevoli.

Santa Rosa de Tastil

Cimitero Andino

Una fredda giornata a San Antonio de los Cobres

Llamas

Al confine col Cile

Paesaggio andino

Vigogna

Salar di Aguas Calientes

Laguna Miscanti

Note tecniche:
Distanza percorsa fino a questo momento: 2.347 km
Altimetria totale: 21.816 m

Mappa: http://www.bikemap.net/route/1046579

Da qualche parte

11 Giu

…al confine tra Cile e Argentina.

Cercando l’acqua in Bolivia.

4 Giu

È poco più di un mese che siamo in sella e se c’è un tema che fino a questo momento continua a riproporsi è quello dell’importanza dell’acqua. In particolare in questi giorni di pausa nel nord argentino, ci sono due domande che ci assillano e che cercano una risposta:

  1. Quando riusciremo ad arrivare in Bolivia?
  2. Quanto facilmente riusciremo a trovare dell’acqua in Bolivia?

Acqua in Bolivia: due parole che hanno una stretta relazione tra loro e che, miscelate insieme in modo poco oculato, hanno dato vita ad una reazione esplosiva pericolosa e che potrebbe servire da esempio per ogni paese nel mondo.

Guerra del Agua è il nome con cui viene denominata comunemente la serie di scontri che sconvolsero la città di Cochabamba da Gennaio ad Aprile 2000.

Riassumendo molto brevemente: nel settembre del 1999 la multinazionale Bechtel firmò un contratto con il presidente Boliviano, Hugo Banzer, per privatizzare l’erogazione dell’acqua nella terza città del paese, Cochabamba. Poco dopo iniziarono una serie di contestazioni causate dall’aumento delle tariffe dell’acqua di oltre il 50%, mentre si registrava un aumento dell’aria all’interno delle tubature che falsava quindi i conteggi dei consumi.

L’aumento delle tariffe in un paese  che attraversava un momento economicamente complicato causò proteste violente e obbligò molte famiglie a ritirare i propri figli dalle scuole o a sospendere i trattamenti medici. Il governo reagì proclamando la legge marziale e durante gli scontri tra polizia e manifestanti si registrarono un morto e 170 feriti.

Il governo fu costretto a rescindere il contratto con la Bechtel.

Per maggiori informazioni su tutta la vicenda si può fare riferimento al documentario The Corporation e al breve video qui sotto:

il 12 e 13 giugno tutti gli Italiani saranno chiamati ad esprimere il proprio parere riguardo alla possibilità di affidare ad aziende private il monopolio dell’erogazione dell’acqua e credo che l’esempio boliviano dovrebbe far riflettere tutti. Italia e Bolivia sono paesi tra loro radicalmente differenti e difficilmente si possono immaginare sviluppi analoghi, tuttavia credo che sarebbe opportuno prendere qualche precauzione e non affidare a privati un settore tanto delicato come l’erogazione dell’acqua.

Il 12 e il 13 giugno Pinar e io non avremo l’opportunità di andare a votare ma saremo ugualmente impegnati a garantire il nostro diritto all’acqua. Per chi segue il nostro viaggio da lontano è possibile difendere il proprio diritto all’acqua andando al proprio seggio elettorale e votare SI al secondo quesito.

Per sapere poi cosa si prova ad attraversare le Ande in bicicletta stracarichi di bottiglie di acqua, ripassate di qui tra qualche giorno…