Archivio | maggio, 2011

Catamarca: Miniere e Forature

25 Mag

Lasciamo Chilecito con un certo piacere: dormire in un letto vero non ha fatto altro che causarci uno sgradevole mal di schiena, in più la città è immersa in una campagna elettorale all’ultimo sangue per l’elezione del governatore della provincia. Qui si combatte in modo assordante a colpi di slogan ripetutti a tutto volume dalle auto che passano per la plaza principale, anche i muri sono infestati di murales che invitano al voto per questo o quel candidato.

Una ford del 1973 quasi perfetta

Iniziamo a pagare adesso la scelta di una settimana fa di seguire il vento verso nord, invece che portarci verso la città de La Rioja: da Chilecito inizia una salita che sembra non finire mai e che ci porta a costeggiare la Sierra de Famatina, una catena montuosa di incantevole bellezza che si staglia alla nostra sinistra per centinaia di km. La Sierra di Famatina è al centro di una controversia politica molto aspra: hanno scoperto che è stracolma di oro e i politici locali si sono impegnati a cederne i diritti per l’estrazione. In questa zona i murales di propaganda elettorale hanno lasciato il posto a scritte inequivocabili “El Famatina no se toca” e “Agua para la vida, no para las minas”[1]. La popolazione locale è ovviamente sul piede di guerra: una miniera d’oro significa denaro, ma anche fiumi avvelenati e distruzione del patrimonio naturale.

Vista del Famatina

La salita continua e ci spinge ad oltre 2.200 m di altitudine e poi ad una discesa morbida che ci apre ad un panorama surreale: guardando verso destra la distesa di sterpi e arbusti è tanto omogenea e sconfinata che sembra di trovarsi sulla riva di un mare verde da cui si stagliano dei picchi solitari, come quelle isole che spesso si avvistano dalle rive del nostro Mediterraneo.

Mare di cactus

Arriviamo a Tinogasta in cerca di un posto dove trascorrere la notte e subito riceviamo ospitalità da parte della sezione locale dell’Automobil Club Argentino che ci permette di piantare la tenda dietro la stazione di servizio in centro. Siamo sempre più vicini al confine settentrionale dell’Argentina e siamo impazienti di solcare nuovamente le Ande per tornare in Cile.

Un assaggio delle Ande

Un passante a cui chiediamo informazioni sulla via ci tiene a presentarsi con dovizia di particolari: Hugo Orquera, 36 anni di vita in miniera. Hugo ha le mani che sembrano dei picconi, ma il viso sorridente. A proposito del Famatina ci spiega che ci sono due modi di estrarre l’oro da una miniera: in modo tradizionale, utilizzando molto capitale umano, oppure in modo moderno utilizzando sostanza chimiche dannose per l’ambiente, come il cianuro e tanta, tanta acqua. Il primo metodo è ovviamente economicamente meno conveniente del secondo.

Per metter alla prova gambe, testa ed equipaggiamento vogliamo prendere una scorciatoia verso la città di Belén: invece di aggirare la Sierra de Fiambala  sfruttando la comoda e noiosa Ruta 40, decidiamo di attraversarla utilizzando una vecchia mulattiera in disuso: la Cuesta de Zapata. 71 km di sassi, sabbia, polvere e rupi e un’altitudine massima di 1.880 metri.

La cuesta de Zapata, una via non molto trafficata.

La Cuesta de Zapata è più dura di quanto avessimo pensato e passiamo la notte campeggiando nel letto di un fiume ormai secco da diversi anni e per scaldarci accendiamo un piccolo fuoco. Fuori dalla tenda fa freddo, ma la nostra pasta e ceci non vale una cena nel migliore ristorante del mondo.

La Cuesta de Zapata

Ormai spossati arriviamo nella città di Belén, una delle più antiche urbanizzazioni della regione che deve la propria fortuna all’attività mineraria. Da sempre la presenza di metalli è la croce e delizia della Catamarca:  prima gli Inca e poi gli Spagnoli si stabilirono nella regione del nord ovest Argentino e questo portò in ogni caso morte, distruzione e ricchezza.

Come spesso accade anche qui la scelta è tra denaro e conservazione dela natura.

Note tecniche:

Distanza percorsa fino a questo momento: 1.420 km

Altimetria totale: 13.057 m

Totale ore in sella: 98

Forature: 8


[1] “Il Famatina non si tocca” e “Acqua per la vita, non per le miniere”

Roccia rossa e pioggia nel deserto

21 Mag

Arriviamo a Ischigualsto, alle porte del parco nazionale della Valle della Luna sospinti da un vento brutale ed in men che non si dica scaliamo i 1.400 metri che portano al parco.

Il vento è incessante e trascina fino al nostro camping nuvole e polvere e ci costringe a rifugiarci nella nostra tenda che per tutta la notte è messa a dura prova da una tempesta rabbiosa.

Vento e nubi a Los Baldecitos

All’indomani lo spettacolo è quanto mai surreale: mettiamo la testa fuori dalla tenda e non vediamo altro che… nebbia.  I guardaparco ci rassicurano: pioggia e nebbia sono eventi rari nel deserto, soprattutto in autunno e la tempesta non può durare per molto ancora. Trascorriamo tutta la giornata rinchiusi in tenda, aspettando una tregua che ci permetta di visitare la famosa Valle della Luna.

Brutto tempo

Dopo un giorno e mezzo di attesa quantomai annoiata lasciamo la Valle della Luna e ci dirigiamo verso nord con la speranza di scrollarci di dosso quell’orribile cielo plumbeo. Arriviamo al paesino di Los Baldecitos: 4 case, una scuola intitolata alle Malvine e una stazione di polizia.

Qui dobbiamo prendere una decisione. La strada si dirama: a destra, La Rioja, capitale della regione e meta originaria del nostro tragitto; a sinistra, la strada per il Parco Naturale di Talampaya che conduce obbligatoriamente alle montagne della Catamarca. Il nostro libro parla solo della città della Rioja e di poco altro, due ragazzi incontrati in camping ci hanno invece raccomandato vivamente le montagne a nord di Talamapaya.

La torre nel parco di Talampaya

La scelta non è semplice, siamo a corto di soldi e andare al parco di Talamapaya non ha molto senso perché non ci potremmo permettere di pagare l’ingresso al Canyon. In ogni caso, il primo bancomat è a oltre 100 km da noi. La decisione è complessa e l’unica cosa da fare è lanciare in aria una monetina e affidarsi al fato. Croce, la moneta ha scelto La Rioja, ma il vento soffia verso nord e non abbiamo alcuna voglia di pedalare contro vento. Si va a sinistra, verso il parco di Talamapaya e le montagne.

Montiamo la tenda nel piazzale della riserva proprio accanto ad una coppia di tedeschi, Andrea e Gunnar. Hanno 45 anni, hanno lasciato a casa i figli ormai maggiorenni e 10 mesi fa sono partiti dal Canada con la loro Opel Astra di 300.000 km, destinazione Terra del Fuego. Girano con un pennarello nero in auto, lo danno a tutti quelli che incontrano affinché si lasci loro un messaggio di augurio sulla carrozzeria dell’auto.

Andrea, Gunner e la Opel autografata

Ci prendiamo reciprocamente in simpatia e, in cambio di una bottiglia di Malbec riserva 2008, si offrono di accompagnarmi in macchina nella città più vicina per prelevare dei soldi per entrare al parco il giorno dopo.

La colazione nel deserto

Finalmente il cielo si apre ed un sole caldissimo accompagna la nostra escursione nel canyon. Qui restiamo impressionati dalle pareti di 150 metri scavate dal vento e dall’acqua. Avvistiamo guanachi, volpi, struzzi e beviamo vino locale con le guide.

i guanachi nel canyon

Verso Villa Union

Al rientro dalla gita salutiamo Gunnar e Andrea e continuiamo verso Villa Union, una normale cittadina che, seppure non ha nulla di interessante da un punto di vista culturale, quantomeno ha un supermercato dove possiamo comprare verdura, formaggio e carne. Al supermercato incontriamo Paulius, un cicloturista lituano che non sa bene dove andare e neanche quando ritornare in Europa. Decide di partire con noi all’indomani sulla strada verso nord.

Paulius, il Lituano fumante

Paulius è il primo cicloturista che incontriamo che fuma. Ogni volta che noi ci fermiamo a fare pipì o a mangiare, lui si accende una sigaretta. Nonostante questo, però, è un fascio di muscoli nervosi e in salita va come un treno. Sulla strada per Chilecito si sale fino a oltre 2000 metri e dopo 50 km l’asfalto lascia spazio ad una pista di ghiaia e polvere. Inotrno a noi, una valle di cactus e arbusti che si fanno spazio in mezzo alla roccia rossa levigata dal vento. Il cielo è blu cobalto ed è tanto profondo che sembra un effetto di photoshop.

La discesa da Cuesta Miranda

Cetrioli verticali

La roccia rossa

La discesa segue il corso del fiume Miranda che apre un canyon profondo diverse centinaia di metri sotto di noi. Non credo troverò mai le parole per descrivere tutto il paesaggio innanzi ai nostri occhi. Spingiamo forte sui pedali per arrivare presto nella città di Chilecito: vogliamo finalmente lavare i nostri vestiti e dobbiamo trovare una lavanderia. Purtroppo è festa provinciale e in città è tutto chiuso. Per questa notte decidiamo di concederci un piccolo lusso e prendiamo una stanza in un hotel con servizio lavanderia.

Note tecniche:

Distanza percorsa fino a questo momento: 1.164 km

Altimetria totale: 10.430 m

Totale ore in sella: 79

questo è il percorso effettuato:

In viaggio attraverso il folklore Argentino

16 Mag

Tradizionalmete, carovanieri e mercanti hanno svolto tra l’altro la funzione di diffondere informazioni tra terre remote ed estranee tra loro. Anche oggi, in barba alle telecomunicazioni, i camionisti in America Latina continuano a svolgere questa funzione e contribuiscono allo sviluppo e alla diffusione di elementi folkloristici e miti locali attraverso Brasile, Cile, Argentina e Paraguay.

Richieste di protezione per auto e camion

Il culto della Difunta Correa è probabilmente il più conosciuto e seguito in tutta l’Argentina.

Il mito nasce nel 1840, all’alba della guerra civile tra federali e unionisti, e narra di Dalinda Antonia Correa che per ritrovare il marito arruolato forzosamente si mise in cammino con il figlio ancora in fasce attraverso i deserti della provincia di San Juan. La mancanza di acqua, cibo e gli stenti uccisero ben presto Dalinda. Da qui l’appellativo di difunta.

La Difunta Correa è rappresentata sempre con il figlio al seno.

Il corpo fu trovato tre giorni dopo la morte da alcuni viandanti che assistettero al miracolo: il bambino che viaggiava con lei stava ancora succhiando il latte che continuava a uscire copioso dal seno della defunta. Per celebrare il miracolo, nel luogo del ritrovamento del corpo fu eretto un santuario che divenne meta di pellegrinazioni, mentre molte cappelle votive vennero erette in tutta l’America Latina sul ciglio delle strade. La Difunta Correa non è mai stata canonizzata dalla Chiesa Cattolica, tuttavia il suo culto include croci e rosari in abbondanza. Tradizionalmente i fedeli lasciano bottiglie d’acqua in offerta allo scopo di alleviare la sete eterna della Difunta Correa e, in alcuni casi, le bottiglie sono tante da diventare persino un pericolo per la circolazione stradale.

Bottiglie d'acqua offerte alla Difunta Correa

I fedeli generalmente chiedono grazie alla Difunta come il raggiungimento della pensione, la sicurezza della propria vettura o l’estinzione del mutuo sulla casa: ne sono testimonianza gli ex voto che riempiono il santuario di Vallecito. Si calcola che il santuario accoglie ogni anno circa un milione di devoti.

Serie di miniature della Difunta Correa

Accanto alla Difunta  Correa vi sono poi una serie di altri santi venerati in particolare dalle classi popolari e che trovano origine in altre regioni del continente. Tra i più interessanti vi sono il Gauchito Gil a cui si offrono in dono bandiere e drappi rossi, vino e sigarette; San La Muerte; San Expedito, patrono delle cause urgenti.

Il Gauchito Gil

San La Muerte

San Expedito: patrono delle cause urgenti

A pochi km da quello della Difunta Correa sorge inoltre il santuario di Nicolas Caputo, tassista e protettore degli automobilisti. Il luogo di culto a lui dedicato è quanto di più somigliante esista ad uno sfasciacarrozze in quanto, per ingraziarsi i favori del santo, i devoti lasciano come offerta pezzi di automobili: copertoni, tergicristalli, pistoni, se non addirittura telai interi di automobili.

Il santuario di Nicolas Caputo

Queste forme di culto che uniscono tra loro elementi di cattolicesimo e paganesimo esercitano indubbiamente un fascino particolare su tutti coloro vi si confrontino.

L'Abraxas raccomandata alla Difunta Correa

La Valle Fertil “de la Muerte”

14 Mag

Da San Juan a San Augustin de Valle Fertil è una lunga cavalcata durante la quale assistiamo alla graduale mutazione del paesaggio: dai dolci vigneti di San Juan alle enormi distese di nulla di Vallecito e ancor più di Marayes.

Il centro del villaggio

Marayes è un villaggio di qualche decina di abitanti, in cui l’unico telefono disponibile è quello del bar, ovviamente nessuna copertura per i cellulari e internet nemmeno a parlarne. Qui abbiamo passato la notte nel giardino di una famiglia nella cui casa l’acqua corrente acora non è arrivata e per tirare l’acqua del gabinetto occorre riempire un secchio direttamente dal pozzo. Lo chiamano giardino, anche se credo che per avere un giardino sia necessaria qualche forma di vegetazione.

Il "supermercato" di Marayes

Da Maryes in poi, il vento, la polvere e la mancanza di acqua fanno il resto. Da qui inizia il Parco naturale della Valle Fertil ma, a dispetto del nome, si presenta soprattutto come un’esposizione di carcasse e di pietre, sterpi, cactus, arbusti spinosi e polvere. Qui gli unici grandi predatori si chiamano sete e sole e gli avvoltoi hanno vita facile.

Strani incontri per la strada.

Da quando siamo partiti da Santiago in qualche modo abbiamo la sensazione di essere in fuga verso i tropici per lasciarci alle spalle il freddo inverno australe, ma qui il sole picchia forte e le temperature si aggirano intorno ai 30 ° nonostante siamo in pieno autunno.

A San Augustin inizia la strada per il deserto che ci porterà alla Valle de la Luna.

Se questa è la Valle Fertil, siamo curiosi di vedere quello che chiamano deserto.

Note tecniche:

Distanza percorsa fino a questo momento: 804 km

Altimetria totale: 8.074 m

Prossima tappa: Ischigualasto

questo è il percorso effettuato:

Alvaro Neil: il biciclown

10 Mag

Chi bazzica questo blog da un po’ conoscerà già la storia alla perfezione: Alvaro Neil è un professionista spagnolo stanco della sua quotidianità e vuole concedersi un periodo a zonzo in giro per il mondo in sella alla sua bicicletta.

Ma Alvaro non è un ciclista come tutti gli altri, è un biciclown, uno che da avvocato si è reinventato clown e si è lanciato in un progetto lungo 14 anni (QUATTORDICI ANNI!) per portare il sorriso in giro per il pianeta. Recita il suo sito internet che ad oggi ha già percorso quasi 90.000 km, visitato 62 paesi e tenuto oltre 50 spettacoli.

Alvaro Niel

Nella video intervista qui sotto (ahimè in inglese) tiene bene a sottolineare che il motivo degli spettacoli non è certo per raccogliere fondi per il viaggio, ma per ripagare le persone che incontra di tutta la gentilezza che riceve incondizionatamente. I cicloturisti sono infatti abitualmente oggetto di simpatia da parte delle persone che incontrano per la strada: per chi viaggia in bici non è insolito essere invitati a dividere la cena o il tetto con gli abitanti di questo o quel villaggio ed alle volte ci si ritrova ad accettare doni da parte di chi possiede poco più del necessario per vivere.

Interview With Alvaro Neil, the Biciclown from travellingtwo on Vimeo.

Il progetto M.O.S.A.W. (Miles Of Smiles Around The World) nasce per questo,  per ripagare dell’ospitalità e della gentilezza che Alvaro ha ricevuto nel corso dei suoi viaggi.

La domanda lecita è: come fa Alvaro a finanziare il proprio progetto?

Con il clownfounding, ovvero con il contributo di molti piccoli produttori che lo aiutino a realizzare il documentario “La Sonrisa del Nomada”.

È un vero peccato che in occasione della giornata nazionale della bicicletta i media si siano occupati solo delle solite roboanti promesse dei politici sulla ciclabilità ubana e nemmeno una parola su chi come Alvaro fa della bicicletta pura poesia.